Cronache del Sottosopra
Accadde un giovedì sera di giugno, di quelli in cui su Roma era caduta tutto il giorno una pioggia fine, calda, fitta, e l’acqua sull’asfalto bollente alzava un vapore che sapeva di terra e di benzina. Non rinfrescava, quella pioggia. Inzuppava e basta, ti lasciava un caldo umido appiccicato addosso come una camicia bagnata. I tavolini sistemati sul marciapiede davanti al Bar di Gigi luccicavano di umido ed erano vuoti sotto le tende un poco sbrindellate dall’uso, le sedie inclinate e poggiate sui tavoli per non far bagnare le sedute. Successe alle diciassette e ventuno, ora della costa orientale americana, che è poi quasi mezzanotte da queste parti, l’ora delle streghe o l’ora in cui le decisioni prese altrove ci arrivano fredde, come fossero pizze ordinate e spedite per posta.
Dentro, il bar, c’era quell’atmosfera caldo gialla di sempre, i ventilatori pigri sulle pareti muovevano piano l’aria senza far rumore e la luce faceva sembrare buoni anche i visi stanchi. L’odore di caffè vecchio e di legno passato troppe volte con lo straccio riempiva l’aria. Gigi stava dietro il banco e asciugava un bicchiere che era già asciutto da un pezzo. I baristi lo fanno sempre, è un gesto antico e internazionale di chi da dietro un bancone vuole ascoltare senza dare a vedere di ascoltare. Sul muro alle sue spalle, la fotografia ingiallita di una Roma che non c’era più, i tram, le insegne al neon, la gente vestita bene per uscire la domenica. Sugli altri muri un poster di Blade Runner e su quello di fronte uno di Star Wars. Sul bancone, sempre accesa, una Lavalamp anni 70, una di quelle a forma di missile che faceva andare su e giù delle bolle fucsia in un liquido forse violetto.
Ad asciugare i tavoli, con la lentezza di chi vorrebbe essere altrove, c’era Mimmo, il nipote di Gigi, venticinque anni scarsi, che d’estate dava una mano allo zio tra un esame e l’altro. Bravo ragazzo, sveglio, cresciuto col telefono in mano come tutti quelli della sua leva: dieci applicazioni aperte di continuo, la spesa coi clic, il monopattino che si sblocca avvicinando lo schermo, la musica che esce dal nulla. Tutto gli funzionava, e mai una volta che si fosse chiesto come, o grazie a chi, o fino a quando.
Paolo entrò col telefono in mano e l’espressione tipica di chi ha il cervello arrovellato in un rebus che non riesce a risolvere. Con la faccia di chi ha trovato un calzino spaiato nel cassetto e non sa di chi sia la colpa nonostante abiti da solo. Si asciugò la fronte sudata col dorso della mano e si accomodò sullo sgabello al bancone senza nemmeno salutare. «Incredibile, lo hanno spento» disse.
«Spento chi?» chiese Francesco, che di anni ne aveva anche lui un po’ ma ne dimostrava dieci di meno, e che in un mestiere come il loro aveva imparato come le frasi che cominciano con un soggetto sottinteso nascondono quasi sempre una brutta notizia. Sedeva al tavolino d’angolo, quello sotto la foto vecchia, le mani vicino a un bicchiere di birra che toccava solo quando doveva bere sperando che in tal modo la birra rimanesse ghiacciata più a lungo.
«Quel programma. Quell’intelligenza artificiale, quella forte, ne abbiamo parlato un poco di tempo fa. L’hanno spenta. Da un momento all’altro. Una lettera, e via, non funziona più per nessuno.»
Rita alzò gli occhi dal libro che non stava leggendo davvero. La chiamavano tutti PiGreco per via della specializzazione e di uno dei suoi tatuaggi, per l’appunto pigreco con i decimali a spirale attorno al braccio. Rita aveva una massa di capelli rossi che con quell’umido le si arricciavano intorno al viso. Di mestiere faceva quello che facevano gli altri due a fine carriera: lavorava nella sicurezza informatica, le mani dentro i sistemi tutto il giorno, e, come gli altri due, certe cose non doveva immaginarsele, le vedeva succedere. Spinse su gli occhiali con un dito.
«Una lettera» ripeté, e la parola, in bocca a lei che con le lettere, le PEC, specialmente in questo periodo, ci campava, suonò come suona una diagnosi.
La cosa, raccontata come la raccontavano i giornali quella sera, aveva del paradossale. Pensateci bene un secondo. C’era questa macchina pensante, consentitemi il termine, (perché non è che se non pensa come noi vuol dire che non pensa), costruita per essere brava, anzi bravissima, in una cosa precisa: trovare le crepe. Le crepe nei programmi, nei sistemi, nelle difese. La macchina le trovava tutte. Trovava buchi che nessuno aveva visto, falle che dormivano da anni dentro il codice come crepe dietro l’intonaco fresco, e li indicava, li mostrava, così che qualcuno potesse turarli prima che ci passasse l’acqua. Era uno scudo, insomma. Un cercatore di difetti al servizio di chi i difetti li voleva riparare.
«Ha dell’assurdo» fece Paolo. «Se fa una cosa utile, perché spegnerla?»
Rita chiuse il libro. «Finiamo di bere e usciamo» disse. «Questo discorso ha bisogno di gambe. A stare seduti si pensa con la testa, a camminare si pensa con tutto. E poi ho voglia di vedere Roma»
Francesco sorrise dentro la barba corta. Era una vecchia abitudine loro, da quando erano ragazzi: i ragionamenti grossi non si facevano fermi. In realtà nemmeno quelli piccoli. Tutti e tre avevano bisogno di muoversi quando pensavano. A volte si bloccavano in iperfocus quando erano in emergenza e lì, non si giravano nemmeno se chiamati urlando. Francesco lasciò il contante accanto al bicchiere e Gigi gli fece un cenno di assenso col mento.
«Mimmo, va’ con loro» disse Gigi, sfilando lo straccio dalle mani del nipote. «Tanto qui ho finito io. E, damme retta, ascolta, che ‘sti tre ne sanno molto più di quello che puoi immaginare. Puoi imparare qualcosa che ormai a scuola tendono a non insegnarlo più. Puoi imparare a pensare con la tua testa e non con quella di qualcun altro.»
Mimmo fece la faccia di chi è stato appena condannato a una serata di noia, ma posò lo straccio e li seguì, perché allo zio non si diceva di no. Così, invece di tre, alla porta si diressero in quattro.
Fuori, la pioggia s’era ridotta a un velo tiepido una sorta di nuvola umida, ottima per le orchidee ma meno invitante per tre adulti vestiti da ufficio in presenza e un ragazzo in pantaloncini e maglietta. I vicoli di Trastevere fumavano, l’asfalto restituiva al cielo il calore di tutto il giorno, da una finestra aperta veniva odore di sugo e il borbottare di una televisione, da un’altra il tipico odore di una cucina straniera ricco di aglio e spezie, forse Indiana, un segno dei tempi. Camminarono in fila per il vicolo stretto, già sudati dopo pochi passi, finché non si aprì lo slargo, e davanti a loro ci fu il fiume. Francesco aveva tolto la cravatta e l’aveva arrotolata nello zainetto. Paolo non l’aveva proprio e Rita, Rita era vestita in modo appropriato.
Il Tevere, una volta biondo, adesso scorreva color caffellatte, gonfio della pioggia di quei giorni. La corrente, pigra in quel tratto, si portava via rami e bottigliette di plastica, e faceva tremolare il riflesso spezzato dei lampioni. Tutti e quattro si fermarono un momento sul ponte a guardarlo. Saliva dall’acqua un sospiro caldo mentre i pipistrelli disegnavano contro il cielo i loro giri storti, nero su nero.
«Vedi quello?» disse Rita, e indicò l’acqua col mento. «Quello scorre da prima di tutti noi e scorrerà dopo. Non chiede il permesso a nessuno per andare al mare. Nessuno gli può mandare una lettera. Tienitelo a mente, Francy, perché tra poco parliamo di cose che invece il permesso lo chiedono.»
Ripresero a camminare, il lungotevere quasi deserto, i platani carichi di foglie che ogni tanto lasciavano cadere una goccia grossa, residuo della pioggia.
«Allora» riprese Paolo, le mani in tasca, «avete capito perché l’hanno spenta?»
«Perché quello per cui è stata costruita lo fa troppo bene» disse Rita. «Ricordi quando uno a scuola era troppo bravo e i professori cominciavano a guardarlo storto? Ecco, questo nuovo modello di IA è uno strumento che trova tutte le crepe dei software scritti nel mondo e fa più paura quando difende che quando attacca. Perché la stessa mano che indica il buco per ripararlo può indicarlo per infilarcisi. Lo scudo e la spada, vedi, sono lo stesso pezzo di metallo. La differenza non è nell’arma. È in chi tiene il manico.»
Si fermò un attimo, come per inseguire un pensiero.
«Ma c’è una cosa ancora più strana. Tu diresti che fa paura la spada, no? E invece no. Fa più paura lo scudo. Perché finché siamo tutti scoperti, chi è forte ci tiene buoni: sa che può colpirci quando vuole, e noi lo sappiamo, e stiamo fermi. Ma il giorno che uno strumento ci rende tutti difendibili, quella minaccia non vale più niente. È lì che si spaventano. Non quando inventi un’arma nuova: quando inventi una difesa che gli toglie di mano quella vecchia.»
Francesco camminava avanti a tutti, il passo svelto di chi ha sempre avuto fretta anche senza un posto dove andare, e gli altri gli tenevano dietro. Fece quel mezzo sorriso che faceva quando una cosa gli sembrava insieme vera e triste.
«E sai qual è la parte buffa?» disse. «La scusa. La ragione ufficiale per cui l’hanno spenta. Pare che qualcuno avesse scoperto un modo per farle fare cose che non doveva. Sai qual era il modo? Chiederle di leggere un programma e correggere gli errori. Tutto qui. Le hai chiesto di sistemare i bug. Questa era la cosa pericolosa. Hanno spento la macchina perché sapeva fare il mestiere per cui era stata fatta.»
«Non è possibile» disse Paolo, voltandosi.
«È esattamente così» disse Francesco, e si fermò un attimo sotto un platano per lasciar parlare meglio le mani, ché quando spiegava le muoveva. «E quelli che l’hanno costruita lo hanno pure scritto, gentilmente, che la stessa identica cosa la sanno fare un mucchio di altre macchine in giro, che è roba che i tecnici fanno ogni giorno per tenere in piedi i sistemi. Ma non importa. La lettera era arrivata. E quando arriva la lettera, si obbedisce.»
Salirono dal fiume verso l’interno, lasciandosi alle spalle l’acqua, e a mano a mano che camminavano la città cambiava pelle. I palazzi si facevano più alti e più severi, e poi, dietro una curva della strada, comparvero le prime pietre antiche. Mattoni rossi grandi come pagnotte, archi sfondati, colonne mozzate che reggevano soltanto il cielo. I Fori. Camminavano adesso lungo una balaustra, e sotto di loro, illuminata da fari obliqui, si apriva la distesa delle rovine, una città dentro la città, una città di più di 2.000 anni fa che però stava ancora in piedi.
Mimmo si appoggiò al parapetto, e ormai la curiosità aveva vinto sulla noia. «Ma scusate» disse, e si vedeva che il pensiero gli si era piantato in testa, «se possono spegnere quella roba lì, quella complicata, quella delle notizie… allora possono spegnere pure le altre cose? Tipo… che ne so, le app mie? Quelle che uso tutti i giorni, la mappa, la musica, il monopattino?»
Rita gli si mise accanto, le braccia sul parapetto, gli occhi sulle colonne spezzate.
«Possono» disse. «E non è una novità, sai. È già successo. C’era quella fabbrica di telefoni, quelli cinesi, brava gente che faceva buoni apparecchi. Un giorno gli statunitensi decidono che non gli piacciono più, e da un’ora all’altra i telefoni restano senza i servizi, quelli che li facevano funzionare, le mappe, la posta, tutto. Telefoni già in tasca alla gente, capisci. Comprati, pagati, tuoi. E zac, dimezzati. Stessa cosa con la Russia, quando ci fu la guerra: i grandi programmi, le grandi nuvole, hanno chiuso il rubinetto. Sanzioni, le chiamano. Ma il rubinetto è loro, e loro lo girano.»
Si fermò, e le venne in mente una cosa che la riguardava da vicino, perché di mestiere certe cose le toccava con mano.
«E ti dico di peggio, ché questo è proprio il nostro pane. C’era quell’antivirus, quello russo, famoso, lo usavano in mezzo mondo. Brava gente pure quelli, software fatto bene. Gli americani non si fidavano, dicevano che dietro ci poteva stare lo Stato russo, che attraverso quel programma potevano sbirciare nei computer. E sai cosa fa l’azienda, per difendersi? Apre il codice. Lo mette a disposizione, dice: venite, guardate, controllate riga per riga, apriamo dei centri apposta dove governi e clienti possono leggersi tutto, non abbiamo niente da nascondere. Una cosa mai vista, nessuno l’aveva mai fatta.»
«E allora?» fece Paolo.
«E allora niente.» Rita allargò le braccia. «Non è bastato. L’hanno bandito lo stesso. Vietato venderlo, vietato aggiornarlo. E mica perché avevano trovato qualcosa nel codice, il codice gliel’avevano fatto vedere tutto. L’hanno bandito per la bandiera che aveva sopra, per dove era nato il padrone. Avevano mostrato tutte le carte, e non era servito, perché il problema non erano le carte.»
Paolo stava per dire qualcosa, ma lei lo precedette, perché le era venuta la fretta di chi non vuole essere fraintesa.
«E guarda che non è una storia di statunitensi cattivi, eh, sia chiaro. Questa è una cosa che fanno tutti, appena possono. I cinesi il loro pezzo di rete se lo sono chiuso da anni, ci hanno tirato su un muro intorno, e lì dentro decidono loro cosa entra e cosa esce, cosa puoi leggere e cosa no. Solo che loro il muro non lo fanno per tenere fuori gli altri. Lo fanno per tenere dentro i loro. Che è pure peggio, se ci pensi. I russi, quando c’è stata la guerra, hanno provato a staccare proprio la spina, a vedere se la loro rete poteva vivere da sola, isolata dal mondo, nel caso glielo staccassero gli altri il filo. Ognuno si fa la sua fortezza. Chi per non far entrare, chi per non far uscire. Cambia il verso, non la sbarra.»
«Però quella è roba di Stati, di guerre» tentò Mimmo. «A me che me ne frega, io manco lavoro ancora, gioco e basta.»
«Aspetta.» Rita si voltò verso di lui, e indietro, oltre le sue spalle, le colonne dei Fori facevano da quinta. «Non è roba lontana. Te la sei portata in casa. Pensa alla tua macchina nuova, quella che si aggiorna da sola di notte mentre dorme nel box. Se quelli che fanno gli aggiornamenti decidono di non mandarteli più, la macchina diventa scema. L’hai pagata trentamila euro ed è loro che decidono se cammina. La lavatrice nuova di tua sorella, quella con l’applicazione, che senza l’applicazione fa metà delle cose. Il termostato. La serratura intelligente che apre la porta col telefono. E vuoi ridere? Pure il frullatore, oggi, ce l’ha la connessione. Il frullatore.»
«Il frullatore» ripeté Mimmo, come si ripete una parola assurda per controllare se esiste davvero.
«Il frullatore» confermò Rita. «Che è la cosa più stupida che hai in cucina. E pure quello, ormai, parla con un computer lontano migliaia di chilometri. E quel computer, in teoria, qualcuno lo può spegnere. Con una lettera. Alle diciassette e ventuno.»
Mimmo si illuminò, e per la prima volta dalla partenza sembrò sveglio del tutto, perché aveva capito che il discorso lo riguardava davvero.
«No aspetta, ma allora non sono scemo io.» Si fermò in mezzo alla strada, le mani avanti come a fermare il traffico di un pensiero. «Mia zia, quella ricca, l’anno scorso si compra il frigorifero intelligente. Tremila euro, lo schermo davanti, ti dice il meteo, fa le foto dentro così dal supermercato vedi se ti manca il latte, una roba da astronave. Bello, eh. Per tre mesi una favola. Poi l’azienda che lo faceva, americana, fallisce. Chiude. Spegne i server. E il frigo… il frigo si rifiuta.» Allargò le braccia. «Non è che si rompe, capito? Quello raffredda ancora benissimo. Ma lo schermo davanti diventa nero con scritto SERVIZIO NON DISPONIBILE, e siccome i comandi del freddo li avevano messi tutti dentro lo schermo, mia zia non poteva più regolare la temperatura. Aveva un frigo da tremila euro che decideva lui quanto fare freddo, e a lei non rispondeva più. Ha dovuto richiamare il vecchio frigo dalla cantina, quello scrauso di trent’anni fa, quello con la manopola, che funzionava ancora. E il mostro da astronave sta là, in cucina, spento, che lo usa come credenza. Ci tiene i bicchieri.»
Rita rideva. Persino Francesco rideva.
«Ecco» disse Rita quando si riprese. «Hai appena raccontato tutto il discorso meglio di come l’avremmo fatto noi in due ore. Il frigo che ti tiene in ostaggio il freddo. La manopola che vince sull’astronave. Tienitela cara, la manopola.»
«Il bello» aggiunse Paolo, che fino a quel momento aveva ascoltato con le mani in tasca, da quello che certe storie le sente raccontare nelle aziende dei clienti tutti i santi giorni, «è che non è nemmeno il caso peggiore. Lì almeno è fallita un’azienda, è andata in malora e basta, è la sfortuna. Il problema è quando invece l’azienda sta benissimo, e a spegnere è qualcuno apposta. E ti dico una storia che ti fa capire quanto la lama taglia da tutte e due le parti.»
Si appoggiò anche lui al parapetto, accanto a Mimmo.
«Trattori. Quelli grossi, americani, da centomila euro l’uno, pieni di elettronica, GPS, schede, collegati alla casa madre come un telefonino. All’inizio della guerra in Ucraina, i soldati russi entrano in un concessionario in una città occupata e si fregano tutto, ventisette mezzi, trattori e mietitrebbie, cinque milioni di roba. Li caricano sui camion militari e se li portano via lontanissimo, mille chilometri, fin dentro la Cecenia. Un bottino da favola. Arrivano, scaricano, salgono in cabina per accenderli e… niente. Non partono. Tutti quanti. La casa madre, da diecimila chilometri di distanza, li aveva spenti da remoto. Bloccati. Ferraglia. Sapevano pure dov’erano, perché ognuno si portava dietro il suo GPS che diceva: sto a Grozny. I russi si misero a cercare dei tecnici che glieli sbloccassero, ma intanto erano lì, ventisette giganti da centomila euro buoni come fermacarte.»
Mimmo rideva di gusto. «Bene! Gli sta bene, erano ladri.»
«Eh, e qui sta il punto» disse Paolo, e alzò un dito. «Stavolta ci ha fatto piacere, perché a essere spenti erano i ladri. Abbiamo tifato per il bottone rosso. Ma il bottone è sempre quello, e la mano che lo schiaccia sta a diecimila chilometri, e decide lei chi è il ladro e chi no. Oggi tocca al russo che ha rubato il trattore. Domani, se a quella mano gira storto, tocca al contadino onesto del Kansas che il trattore l’ha pagato e che però ha votato chi non doveva, o vive nello Stato sbagliato, o semplicemente non serve più tenerlo contento. Il bottone non distingue il giusto dal colpevole. Distingue solo chi obbedisce da chi no.»
Francesco, che era arrivato al parapetto per primo, guardava giù verso le rovine, dove un tempo si erano decise le sorti di mezzo mondo conosciuto.
«Non possediamo più le cose» disse piano. «Ne affittiamo il permesso di funzionare. La proprietà è diventata un abbonamento che qualcuno, da lontano, può disdire per noi. Tu credi di avere comprato un oggetto, e invece hai comprato il consenso, revocabile, a usarlo. Fino a nuovo ordine.»
Ripresero a camminare, costeggiando i Fori, e in fondo alla strada, enorme, illuminato dal basso così che pareva più grande del cielo, si alzò il Colosseo. Gli archi vuoti, l’anello di pietra mangiato dai secoli ma ancora lì, ancora in piedi, dopo che tutto quello che gli stava intorno era crollato.
Si fermarono a guardarlo, tutti e quattro, come ci si ferma davanti alle cose troppo grandi.
«Sapete come si chiama?» disse Rita, e c’era nella sua voce qualcosa di tagliente. «Lo facciamo tutti i giorni, il nostro mestiere è quello. Quando un delinquente ti entra nel computer, ti cifra tutti i file, te li rende illeggibili e poi ti dice: se rivuoi la tua roba, paga. Quella cosa lì ha un nome. Ransomware. Il riscatto. Ti prendo in ostaggio una cosa che è tua e funziona, te la blocco da lontano, e te la ridò solo se fai come dico io.»
Si fermò un attimo, gli occhi sull’arena vuota, come chi sta per posare l’ultimo pezzo di un domino.
«Bene. Quando lo fa un criminale, lo combattiamo. Ci costruiamo i centri, gli allarmi, le difese, ci passiamo le notti. È il nemico. Quando la stessa identica cosa, ti spengo quello che usi finché non fai come dico, la fa un governo, allora cambia nome. Diventa sanzione. Controllo delle esportazioni. Sicurezza nazionale. Parole pulite, parole da convegno. Ma il meccanismo è quello. È ransomware. Solo che il riscatto non lo paghi in soldi. Lo paghi in obbedienza.»
«Ransomware di Stato» disse Paolo, e gli uscì quasi senza volerlo, guardando in alto verso gli archi neri.
«Ransomware di Stato» annuì Rita.
Francesco scosse la testa lentamente, e quando parlò la sua voce aveva la stanchezza di chi ha visto troppe cose girare al contrario.
«No» disse. «È peggio. Il delinquente, almeno, quando paghi ti ridà le chiavi. È un contratto, sporco finché vuoi, ma un contratto. Tu paghi, lui apre. Lo Stato no. Lo Stato non ti chiede soldi. Ti chiede di essere allineato, di stare dalla parte giusta del confine, di essere il cittadino giusto del Paese giusto. E se sei nato dalla parte sbagliata, non c’è riscatto che tenga. Hai visto la lettera? Diceva che quella macchina non la poteva usare nessuno straniero. Nessuno. Neanche quelli che lavorano dentro l’azienda che l’ha costruita, se erano nati altrove. Per spegnerla a loro, l’hanno spenta a tutti. Capisci il rovescio? La gente che ha tirato su lo strumento è la prima a non poterlo toccare. Hanno costruito la casa e li hanno chiusi fuori.»
Si sedettero su un muretto basso, di fronte all’Anfiteatro, e per un poco nessuno parlò. Passò una comitiva di turisti con le cuffie, una guida che parlava in una lingua che non capivano, le facce alzate verso le pietre. Poi tornò il silenzio, e in quel silenzio il Colosseo sembrava ascoltare.
«Una volta» disse Francesco, e indicò con la mano tutta la pietra che avevano davanti, «questo qui era il centro del mondo. Davvero. Da qui partivano gli ordini per mezza terra conosciuta. Strade, leggi, monete, tutto girava intorno a questo punto. E sembrava eterno. A chi ci viveva dentro sembrava una cosa che non sarebbe finita mai.»
Si passò una mano sulla nuca sudata, perché l’afa non mollava neanche la notte.
«E poi è caduto. Il centro è caduto. E la pietra è rimasta, guarda, è ancora qui, ma il potere è andato via, è migrato altrove, e quelli che stavano qui non se ne sono nemmeno accorti subito.»
«Che c’entra?» fece Paolo piano.
«C’entra, c’entra.» Francesco si voltò verso di lui. «Perché io me la ricordo, la rete. Da prima. Quando ho cominciato io, la rete delle reti l’avevano pensata apposta perché non avesse un centro. Apposta. L’idea era questa: se cade un pezzo, gli altri continuano, perché non c’è un cuore da fermare. Era nata per non poter essere spenta. Era la sua bellezza, la sua promessa. Una cosa di tutti che non era di nessuno, e proprio per questo nessuno la poteva chiudere. Era l’esatto contrario di questo.» E batté la mano sul muretto, sulla pietra dell’impero. «Niente centro. Niente Roma. Niente da far cadere.»
Respirò l’aria pesante e umida come avesse bevuto l’ultimo sorso.
«E adesso guarda. Adesso un centro ce l’ha. Anzi, ne ha pochi, pochissimi, e tutti possono girare la chiave. La rete nata per non essere spenta è diventata la cosa più facile da spegnere che ci sia. Basta una lettera. Ci abbiamo messo trent’anni a ricostruirle un centro, dopo che l’avevamo fatta apposta senza. E adesso che il centro c’è, scopriamo che chi lo tiene ci può spegnere a uno a uno.»
«E noi che facciamo?» disse Rita, ma lo disse come chi conosce già la risposta e fa la domanda solo per sentirla detta ad alta voce.
«E noi, per difenderci da chi può spegnerla, che facciamo? La spezziamo prima noi.» Francesco rise piano, senza allegria. «Ci riportiamo i programmi in casa, sui nostri computer, quelli che nessuno ci può staccare da lontano. Ci scaviamo ognuno la sua cantina, come dicevi tu prima. Per non farci spegnere, stacchiamo noi la spina ai ponti. La rete l’avevamo fatta unica perché fosse di tutti, e adesso la rompiamo a pezzi per paura, e a ogni pezzo che stacchiamo ci sentiamo più sicuri e siamo più soli.»
Guardò di nuovo il Colosseo, gli archi vuoti, le mura che avevano visto cadere il centro del mondo e c’erano ancora.
«Muri» disse. «Sempre muri. Quando l’uomo ha paura sa fare solo quelli. Guardali, questi, quanto durano. Ma un muro è sempre stato fatto per tenere fuori qualcuno, non è mai servito a tenere insieme nessuno.»
«La paura» disse Rita piano. «Non la censura. La prudenza. È peggio della censura, la prudenza, perché te la imponi da te e ringrazi pure.»
Si rialzarono dal muretto, le camicie ancora appiccicate alla schiena, e ripresero la via di casa senza fretta, l’Anfiteatro che si rimpiccioliva alle loro spalle a ogni passo, lampione dopo lampione. Passarono accanto a una fontanella di ghisa, di quelle che a Roma chiamano nasoni, e Mimmo ci si chinò a bere, e l’acqua gli colò sul mento e sulla maglietta, fresca, una delle poche cose in città che sgorgava ancora senza che nessuno la comandasse. Si raddrizzò, si asciugò la bocca, e gli era rimasto in testa il pensiero, perché certi pensieri non se ne vanno con un sorso d’acqua.
«Ma allora ci vorrebbe una legge» disse, camminando un po’ più svelto per mettersi al passo di Rita. «Una legge grossa, mondiale. Una di quelle che valgono per tutti, americani, cinesi, tutti. Che dice: questo non si fa, non puoi spegnere la roba degli altri. Ci mettiamo d’accordo una volta per sempre, no? Possibile che a nessuno sia venuto in mente?»
Rita non rispose subito. Si fermò sotto un platano, di quelli alti e storti che a Roma fanno l’ombrello sopra le strade, e guardò in alto, dove tra i rami passavano i fili della luce e quelli del telefono, vecchi, ammatassati, romani.
«Esiste già, Mimmo» disse alla fine. «Esistono i tribunali, le corti, le convenzioni. Hai presente quel giudice all’Aia, quello importante, il procuratore della corte mondiale? Quello che dovrebbe processare i potenti della terra? Gli hanno spento la posta. A lui. Alla legge in persona. Una corte che giudica gli Stati e si ritrova senza la casella di posta perché uno Stato si è offeso. La legge c’era. Non l’ha salvata.»
Francesco si era già fermato sotto il platano ad aspettarli, una mano appoggiata al tronco. «La legge senza la forza è educazione» disse. «Galateo. Le buone maniere tra i popoli. Vanno benissimo finché siamo tutti seduti allo stesso tavolo e nessuno ha fame. Ma quando uno si alza e ribalta il tavolo, il galateo non lo ferma. Lo fermano solo le gambe del tavolo, se sono robuste.» Indicò con la mano la strada davanti, le pietre, i palazzi, tutta la città. «Questi qui, i romani antichi, il diritto l’hanno inventato loro. Lo studiano ancora i ragazzi all’università, ius gentium, il diritto fra le genti. Ma lo sai perché funzionava? Perché sotto c’erano le legioni. Tolte le legioni, è rimasta la carta. Bella, eh. Ma carta.»
«Quindi non serve a niente» disse Mimmo, e c’era quasi delusione nella voce, la delusione di chi sperava in una risposta facile.
«Serve, serve» disse Francesco, e si rimise in cammino per primo, costringendo gli altri a seguirlo. «Ma serve dopo, non prima. La legge vale quando ognuno ha qualcosa da perdere a tradirla, quando ti posso fare male anche io se tu lo fai a me. È per questo che ci scaviamo le cantine, no? Per arrivare al tavolo con le gambe nostre sotto i piedi, e dire: adesso parliamo da pari. Prima ti costruisci la forza, e poi la forza si compra il diritto.»
Si fermò. Aveva detto una cosa e gli era suonata male appena uscita, come quando ti accorgi di aver ripetuto la frase di uno che non sopporti.
«Ma senti che roba ho detto» riprese, più piano. «La forza che si compra il diritto. È la stessa identica cosa che ha spento quel programma, stasera. Uno che aveva la forza, e con la forza si è preso il diritto di spegnerlo. Io sto dicendo facciamoci più forti per difenderci, e così facendo do ragione a chi ci spegne, perché pure lui si è fatto forte per gli stessi motivi. Giriamo tutti dentro la stessa ruota. Tu ti armi perché si è armato lui, lui perché ti sei armato tu, e la legge sta a guardare, che è quella che doveva fermare la ruota e invece le gira intorno.»
«E allora come se ne esce?» disse Mimmo.
«E chi lo sa» disse Francesco. «Forse non se ne esce. Forse uno se ne esce solo il giorno che torna a fidarsi, e di questi tempi è la cosa più rara che c’è. La legge non è la causa, è il termometro. Misura quanta fiducia è rimasta. E stasera segna poco.»
«Intanto» disse Paolo, asciutto, da uno che le soluzioni le deve scrivere nei documenti per i clienti il lunedì mattina, «io ai clienti continuo a dire la stessa cosa noiosa di sempre. Tieniti una copia che funziona senza la nuvola. Un programma che gira sul tuo computer e basta. Una chiave di scorta nel cassetto. Non perché ti salva, ma perché il giorno della lettera delle diciassette e ventuno, sei tu a decidere quando spegnere, e non un altro per te.»
Mimmo guardò il suo telefono, quello che fino a quella sera era stato solo un amico che gli apriva i monopattini e gli portava la cena a casa. Era spento sullo schermo ma vivo dentro, sempre connesso a qualcosa, sempre in ascolto di un permesso lontano. Lo rigirò tra le mani come si rigira un oggetto di cui all’improvviso non ci si fida più, e poi se lo rimise in tasca, in fretta, come se scottasse.
«Vado a finire come il frigo di mia zia» disse, e provò a riderci su, ma la risata non gli venne intera.
«Tieniti la manopola, Mimmo» disse Rita, e stavolta non rise nessuno dei quattro.
Camminarono ancora, verso il fiume, verso il bar, verso le cose conosciute. Era sempre quel giovedì di giugno, sempre quasi mezzanotte da noi e diciassette e ventuno da loro, l’ora in cui le decisioni prese altrove ci arrivano già fredde. Aveva ripreso a piovere, piano, una pioggia calda che non lavava niente. Dietro di loro, nel buio, le pietre dell’impero caduto restavano al loro posto, mute, indifferenti, libere ormai da ogni potere, perché il potere se n’era andato e le aveva lasciate in pace.
Erano, in tutta la città, le uniche cose che non avevano più bisogno del permesso di nessuno per esistere.
Appendice. I fatti dietro il racconto
Il racconto qui sopra è una finzione, e i suoi personaggi parlano con la lingua del bar. Ma i fatti su cui ragionano sono veri. Questa appendice li riporta con nomi, date e fonti, per chi voglia verificare e approfondire.
Il caso che ha dato il via al racconto: i modelli Fable 5 e Mythos 5
Il 12 giugno 2026, in serata, il governo degli Stati Uniti ha emesso nei confronti di Anthropic una direttiva di controllo delle esportazioni che ordinava di sospendere ogni accesso ai modelli Claude Fable 5 e Claude Mythos 5 da parte di qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori gli Stati Uniti, compresi i dipendenti stranieri della stessa Anthropic. Per conformarsi, l’azienda ha disabilitato del tutto i due modelli per tutti i clienti, lasciando attivi gli altri. La direttiva, secondo le ricostruzioni della stampa, è arrivata in una lettera firmata dal Segretario al Commercio Howard Lutnick, scritta con il contributo del Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio.
Il pretesto tecnico riguardava un presunto metodo per aggirare le protezioni del modello (un “jailbreak”). Secondo il comunicato di Anthropic, la tecnica consisteva essenzialmente nel chiedere al modello di leggere un determinato codice sorgente e correggerne i difetti, una capacità che l’azienda sostiene essere ampiamente disponibile anche in altri modelli sul mercato (cita esplicitamente GPT-5.5 di OpenAI) e usata ogni giorno dai professionisti che difendono i sistemi. Anthropic ha dichiarato di obbedire alla direttiva pur non condividendola, sostenendo che il riscontro di un jailbreak ristretto non dovrebbe giustificare il ritiro di un modello commerciale distribuito a centinaia di milioni di persone, e che applicare quello standard a tutto il settore fermerebbe di fatto ogni nuovo rilascio.
I due modelli nascevano da Mythos Preview, un modello avanzato per la ricerca di sicurezza, distribuito in forma controllata a circa una cinquantina di organizzazioni selezionate (tra cui Amazon, Apple, Google, Microsoft, CrowdStrike) nell’ambito del progetto chiamato Glasswing. La differenza tra i due modelli pubblici: Fable include filtri che bloccano le risposte in aree ad alto rischio come la cybersecurity, mentre Mythos opera con alcuni di quei vincoli rimossi. Di Mythos avevamo parlato in un articolo un mese fa: https://www.cronachesottosopra.it/cronache-del-sottosopra/
Da tenere presente, per il contesto: questa vicenda arriva dopo un precedente scontro tra Anthropic e il Dipartimento della Difesa, che a inizio 2026 aveva etichettato l’azienda come “supply chain risk”. Un giudice federale (Rita F. Lin, Northern District of California) aveva poi sospeso quella designazione con un’ingiunzione a marzo 2026.
Fonti:
- Comunicato ufficiale di Anthropic: https://www.anthropic.com/news/fable-mythos-access
- NBC News: https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/anthropic-suspends-new-ai-models-fable-mythos-government-directive-rcna349901
- CNBC: https://www.cnbc.com/2026/06/12/anthropic-disables-access-to-fable-5-and-mythos-5-to-comply-with-government-directive.html
- TechCrunch: https://techcrunch.com/2026/06/12/anthropics-safety-warnings-may-have-just-backfired-the-government-has-pulled-the-plug-on-its-most-powerful-ai/
- Quartz: https://qz.com/anthropic-fable-5-mythos-5-export-control-directive-061226
“La fabbrica di telefoni”: il caso Huawei (2019)
Nel maggio 2019 il Dipartimento del Commercio USA inserì Huawei nella “Entity List”, vietando di fatto alle aziende statunitensi di esportare hardware e software verso l’azienda cinese. Nel giro di pochi giorni Google sospese la fornitura dei propri servizi: i nuovi dispositivi Huawei non poterono più montare le applicazioni Google né i Google Mobile Services (Play Store, Maps, Gmail, eccetera). I dispositivi già venduti continuarono a funzionare, ma il colpo all’attività di Huawei fu enorme, tanto che l’azienda dovette sviluppare un proprio ecosistema alternativo (Huawei Mobile Services, AppGallery). È l’esempio più citato di come un provvedimento amministrativo possa, nel giro di un weekend, dimezzare le funzioni di prodotti già in mano agli utenti.
Fonti:
- Android Authority, panoramica del ban: https://www.androidauthority.com/huawei-google-android-ban-988382/
- GSMArena, cronologia: https://www.gsmarena.com/a_timeline_of_the_huawei_ban_what_happened_so_far_and_what_to_expect-news-37197.php
Il kill switch a doppio taglio: i trattori John Deere (2022)
All’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, nella primavera 2022, soldati russi saccheggiarono un concessionario John Deere nella città occupata di Melitopol, portando via 27 mezzi agricoli (trattori e mietitrebbie) per un valore di circa 5 milioni di dollari. Il bottino venne trasportato fino in Cecenia, a circa 1.100 chilometri di distanza. Lì i razziatori scoprirono che i mezzi non si accendevano: erano stati disabilitati da remoto grazie al sistema di controllo connesso (Connected Support) e al GPS di bordo, che permetteva anche di localizzarli con precisione. Secondo le fonti citate da CNN, i nuovi “proprietari” si misero alla ricerca di tecnici capaci di aggirare il blocco digitale.
Il caso è interessante proprio perché ambivalente, ed è per questo che nel racconto lo porta Paolo. Qui il “kill switch” ha colpito dei ladri, e l’episodio fu accolto con favore. Ma la stessa tecnologia, come notarono diversi commentatori (tra cui Cory Doctorow), è una capacità di spegnimento remoto centralizzata: la medesima leva che blocca il trattore rubato può, in linea di principio, bloccare il trattore di un agricoltore in regola, e solleva il tema più ampio della sicurezza alimentare se molti mezzi potessero essere disattivati simultaneamente. Lo stesso strumento difende o colpisce a seconda di chi tiene il comando. Da ricordare anche che, sempre nel 2022, John Deere aveva sospeso le forniture verso Russia e Bielorussia in risposta alle sanzioni internazionali.
Fonti:
- CNN: https://edition.cnn.com/2022/05/01/europe/russia-farm-vehicles-ukraine-disabled-melitopol-intl
- CSO Online (implicazioni di sicurezza): https://www.csoonline.com/article/572811/remote-bricking-of-ukrainian-tractors-raises-agriculture-security-concerns.html
- The Register: https://www.theregister.com/2022/05/02/ukrainian_tractors_deere/
Le sanzioni e il cloud: la Corte Penale Internazionale (2025)
A febbraio 2025 l’amministrazione USA, con un ordine esecutivo, sanzionò personalmente il procuratore capo della Corte Penale Internazionale dell’Aia, Karim Khan, in reazione alle indagini della Corte. Tra gli effetti riportati dalla stampa: Khan perse di fatto l’accesso al proprio indirizzo di posta Microsoft e si spostò su un provider svizzero (Proton Mail). Microsoft ha negato di avere disattivato l’account, ma il caso ha mostrato in modo plastico la dipendenza di un’istituzione sovranazionale europea da infrastrutture soggette a una giurisdizione estera. La conseguenza di lungo periodo: nell’ottobre 2025 la Corte ha annunciato l’abbandono della suite Microsoft Office in favore di openDesk, software open source sviluppato in Germania dal centro per la sovranità digitale (ZenDiS). Un caso da manuale di “sovranità digitale” che diventa scelta operativa concreta.
Fonti:
- Computer Weekly: https://www.computerweekly.com/opinion/Microsofts-ICC-email-block-reignites-European-data-sovereignty-concerns
- JusticeInfo: https://www.justiceinfo.net/en/156691-how-sanctions-can-weaponize-us-tech-against-the-icc.html
- EJIL: Talk! (sul passaggio a openDesk): https://www.ejiltalk.org/justice-recoded-why-it-matters-that-the-international-criminal-court-embraced-open-source-software-and-ditched-microsoft/
- Interrogazione al Parlamento Europeo: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/P-10-2025-002270_EN.html
Lo scudo messo al bando: il caso Kaspersky (2024)
È forse il precedente che parla più da vicino al nostro mestiere, perché qui a essere spento è proprio uno strumento di sicurezza. Kaspersky, azienda di antivirus e cybersecurity con quartier generale a Mosca, era già stata rimossa dai sistemi federali statunitensi nel 2017. Nel giugno 2024 il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio emise la prima “Final Determination” mai adottata sotto le norme ICTS, vietando la vendita dei prodotti Kaspersky a persone ed enti statunitensi a partire dal 20 luglio 2024, e bloccando gli aggiornamenti (incluse le firme antivirus, cioè il cuore della protezione) dal 29 settembre 2024. La motivazione non era un difetto provato del software, ma il rischio legato alla giurisdizione del produttore: il timore che i prodotti potessero essere sfruttati per accedere a dati di cittadini americani o per veicolarli verso attori governativi russi. Kaspersky ribatté che la decisione si fondava sul clima geopolitico e non sulla valutazione dell’integrità delle sue soluzioni.
Il dettaglio che chiude il cerchio, e che è il Sottosopra fatto cronaca: a fine settembre 2024, sulle macchine di molti utenti americani il software Kaspersky fu disinstallato e sostituito automaticamente, senza un preavviso chiaro, con un altro antivirus (chiamato UltraAV). Le persone si ritrovarono sul computer un programma diverso da quello che avevano scelto e pagato, comparso da solo. L’oggetto che cambia pelle nella notte perché qualcuno, altrove, ha deciso così.
C’è poi un dettaglio che nel racconto Rita sottolinea, ed è il più amaro. Già dal 2017, per rispondere alle accuse, Kaspersky aveva lanciato una “Global Transparency Initiative”: fu la prima azienda di cybersecurity ad aprire il proprio codice sorgente alla revisione indipendente di terzi (clienti, governi, regolatori) attraverso una rete di “Transparency Center” sparsi nel mondo, dove era possibile esaminare il codice, gli aggiornamenti e le regole di rilevamento delle minacce. Una mossa senza precedenti nel settore. Non servì a evitare il ban: la decisione, come ammesso anche dalla stessa azienda, si fondava sul contesto geopolitico e sulla nazionalità del produttore, non su un difetto dimostrato nel codice. La lezione, scomoda, è che la trasparenza tecnica non basta quando la diffidenza riguarda l’appartenenza nazionale e non il prodotto.
Da notare anche la dimensione internazionale: la diffidenza verso Kaspersky non era solo americana. La Germania (con un avviso del BSI dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022), la Lituania, i Paesi Bassi e altri avevano già messo in guardia o eliminato il software dai sistemi pubblici e dalle infrastrutture critiche.
Fonti:
- Comunicato ufficiale del BIS (Dipartimento del Commercio): https://www.bis.gov/press-release/commerce-department-prohibits-russian-kaspersky-software-u.s.-customers
- Morrison Foerster (analisi giuridica, prima determinazione ICTS): https://www.mofo.com/resources/insights/240716-commerce-issues-first-ever-icts-final-determination
- Bitsight (la sostituzione con UltraAV e l’impatto reale): https://www.bitsight.com/blog/aftermath-kaspersky-ban
- IBM (cronologia e posizione dell’azienda): https://www.ibm.com/think/news/kapersky-finally-leaving-us
- Kaspersky, Global Transparency Initiative (apertura del codice alla revisione): https://www.kaspersky.com/about/press-releases/trust-first-kaspersky-lab-launches-its-global-transparency-initiative
Gli altri muri: non solo Stati Uniti
I precedenti citati nel racconto sono in prevalenza statunitensi perché il caso che lo ha originato lo è, e perché gli Stati Uniti, ospitando gran parte dell’infrastruttura digitale mondiale, hanno semplicemente più leve da azionare. Ma la dinamica non è una loro prerogativa: è una tecnica del potere, e chiunque disponga della leva tende a usarla. La Cina ha da anni il proprio sistema di filtraggio nazionale (il cosiddetto “Great Firewall”) e un ecosistema cloud e applicativo separato, dove è lo Stato a decidere cosa entra e cosa esce; a differenza degli embarghi occidentali, quel muro è rivolto soprattutto verso l’interno, a controllare ciò che i propri cittadini possono raggiungere. La Russia, dal 2019 e con prove tecniche reali durante la guerra in Ucraina, ha lavorato a un “RuNet sovrano” capace, almeno in teoria, di scollegarsi dalla rete globale e funzionare in isolamento. L’Unione Europea, dal canto suo, insegue la sovranità digitale con iniziative come Gaia-X e con il sostegno a software open source per ridurre la dipendenza dai fornitori extraeuropei.
La frammentazione della rete unica e aperta, ciò che gli inglesi chiamano “splinternet”, non è dunque il progetto di un singolo attore. È una reazione difensiva diffusa, e il punto del racconto non è assegnare una colpa, ma osservare il rovesciamento: una rete nata senza centro per non poter essere spenta si è data dei centri, e ora ciascuno, per non farsi spegnere dagli altri, comincia a staccarsi da solo.
Scavare la cantina: la reazione europea (e perché è più difficile di quanto sembri)
La metafora delle “cantine sovrane” che Francesco usa al Colosseo non è solo un’immagine. Negli ultimi mesi, e con un’accelerazione netta nel 2025 e 2026, una parte crescente del settore pubblico europeo ha cominciato concretamente a ridurre la dipendenza dai grandi fornitori statunitensi.
In Francia, lo Stato sviluppa internamente LaSuite (ex La Suite Numérique), un insieme di strumenti open source: la messaggistica cifrata Tchap è già usata da oltre 600.000 dipendenti pubblici, e all’inizio del 2026 il governo ha disposto la sostituzione di Microsoft Teams e Zoom con lo strumento interno Visio per i suoi 2,5 milioni di dipendenti entro il 2027. La Gendarmerie Nationale, va ricordato, gira su una propria distribuzione Linux (“GendBuntu”) su oltre 100.000 macchine fin dalla metà degli anni 2000, a dimostrazione che non si tratta di una moda improvvisa. Anche città come Lione stanno passando a OnlyOffice, Linux e PostgreSQL.
In Germania, lo stato dello Schleswig-Holstein sta migrando circa 30.000 postazioni da Microsoft Office a LibreOffice, da Outlook a Open-Xchange e, progressivamente, da Windows a Linux. Il suo ministro per la digitalizzazione ha sintetizzato la cosa con un secco “Wir sind fertig mit Teams”, abbiamo chiuso con Teams. La migrazione, partita anni fa, ha raggiunto circa l’80% e si stima farà risparmiare decine di milioni di euro nel tempo.
In Danimarca, il Ministero per gli Affari Digitali e le due maggiori città, Copenaghen e Aarhus, stanno abbandonando Microsoft. Tra le ragioni, oltre alla dipendenza, i costi: la spesa Microsoft delle due città sarebbe cresciuta di circa il 72% in cinque anni. Nei Paesi Bassi si lavora a una “My Office” pubblica basata sui mattoni open source francesi e tedeschi, e il governo ha avviato lo spostamento del proprio codice da GitHub (di Microsoft) verso un’infrastruttura propria. In Finlandia è stata presa la decisione di non trasferire i dati elettorali sul cloud di Amazon.
Fin qui la cantina che si scava. Ma sarebbe disonesto raccontarne solo il lato eroico, e qui sta il punto che il racconto lascia in ombra. Scavare la cantina è molto più difficile che annunciarlo, per almeno tre ragioni.
La prima è il Cloud Act statunitense del 2018: una legge che consente alle autorità americane di obbligare un’azienda con sede negli USA a consegnare i dati che custodisce, ovunque siano fisicamente archiviati. Questo rende “sovrani” solo sulla carta i cloud cosiddetti sovrani venduti dai giganti americani (AWS European Sovereign Cloud, Microsoft EU Data Boundary, Google Sovereign Controls): la residenza dei dati a Francoforte o Dublino non equivale alla sovranità giuridica, perché conta la nazionalità della casa madre, non il luogo del server. Lo ha ammesso lo stesso responsabile legale di Microsoft davanti al Senato francese, dichiarando di non poter garantire che i dati europei restino al riparo da richieste del governo USA. Il CEO di Nextcloud ha coniato per queste offerte l’espressione “sovereignty washing”.
La seconda è strutturale: solo una piccola quota della capacità cloud mondiale, attorno al 4 per cento secondo alcune stime, è in mano a fornitori europei. Si parte da molto indietro.
La terza è quella che in azienda conosce bene chi gestisce sistemi: il lock-in. Una sorta di “sindrome di Stoccolma” del responsabile IT, che vorrebbe liberarsi del fornitore americano ma resta agganciato perché il costo certo di restare è preferibile al rischio e al costo incerti di migrare, reingegnerizzare, riaddestrare il personale. La sovranità come etichetta è facile; come migrazione reale, è lenta, cara e piena di attriti. Non a caso un precedente celebre, la città di Monaco di Baviera, passò a Linux nel 2013 per poi tornare in larga parte a Microsoft pochi anni dopo.
Il quadro, insomma, è quello di un movimento reale ma incompiuto, dove la volontà di non farsi spegnere si scontra con la difficoltà di costruirsi davvero gli strumenti per non dipendere da chi quel potere lo detiene.
Fonti:
- Wired Italia (articolo di riferimento): https://www.wired.it/article/europa-abbandona-tecnologie-big-tech-americane/
- Portale Interoperable Europe (UE), Francia verso Linux e LaSuite: https://interoperable-europe.ec.europa.eu/collection/open-source-observatory-osor/news/france-phases-out-proprietary-operating-systems-workstations
- The Record (Recorded Future), Danimarca e indipendenza digitale: https://therecord.media/denmark-digital-agency-microsoft-digital-independence
- Cybernews, Schleswig-Holstein e i risparmi: https://cybernews.com/news/schleswig-holstein-germany-microsoft-open-source/
- The Register, Microsoft e la “sovereignty washing”: https://www.theregister.com/2025/11/07/microsoft_announces_strengthening_of_sovereignty/
- Approfondimento sul Cloud Act e la sovranità dei dati: https://www.softwareseni.com/what-the-us-cloud-act-actually-does-to-data-stored-in-europe/
Una postilla, non laica: la “Magnifica Humanitas”
Mentre scrivevo queste pagine stavo leggendo la prima enciclica di Papa Leone XIV, “Magnifica Humanitas”, firmata il 15 maggio 2026 e dedicata “alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. È il primo documento papale interamente dedicato al tema, e per chi ragiona di potere e tecnologia, anche da una prospettiva del tutto laica, contiene immagini che parlano direttamente alla storia del nostro frigorifero e dei nostri trattori.
L’enciclica si apre su due icone bibliche contrapposte, Babele e Gerusalemme. Scrive Leone XIV che “la prima scelta non è tra un ‘sì’ o un ‘no’ alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna”. E mette in guardia dalla “sindrome di Babele”: tra le sue forme, “la pretesa di un linguaggio unico, anche digitale, capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”.
C’è un cortocircuito che vale la pena notare. La Babele che l’enciclica teme è l’unificazione, il linguaggio unico che riduce tutto a dato. La splinternet di cui parla questo racconto è il rovescio: la frammentazione, le lingue che tornano a non capirsi, le cantine che si chiudono. Eppure le due cose sono parenti. Prima la pretesa di un centro che traduce e controlla tutto; poi, come reazione, la confusione delle lingue e la dispersione. È esattamente la sequenza del mito: si alza la torre per dominare il cielo, e la punizione è ritrovarsi a non capirsi più. Il potere che vuole spegnere tutto e la rete che si spezza per non farsi spegnere sono il prima e il dopo della stessa storia.
Il capitolo terzo, intitolato proprio “Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA” (nn. 90-130), inquadra l’IA dentro il “paradigma tecnocratico”: la tendenza a lasciare che efficienza, controllo e profitto governino da soli le scelte, fino al punto in cui la tecnica “non è più solo mezzo, ma diventa misura del valore” e stabilisce “che cosa conta e che cosa può essere scartato”. È, tradotto in laico, il bottone che non distingue il giusto dal colpevole ma solo chi obbedisce da chi no. E ancora, sul controllo: il rischio, scrive il Pontefice, è che il paradigma tecnocratico faccia “sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa”. Controllare ogni cosa: il frigorifero, la serratura, il trattore, il modello spento alle diciassette e ventuno.
Un dettaglio, infine, che chiude il cerchio meglio di qualsiasi commento: alla presentazione dell’enciclica in Vaticano, tra gli esperti di IA invitati, era presente anche un cofondatore di Anthropic, la stessa azienda dei modelli da cui parte questo racconto.
Fonti:
- Testo ufficiale della Santa Sede (italiano): https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html
- Vatican News, presentazione dell’enciclica: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-05/papa-leone-xiv-prima-enciclica-magnifica-humanitas.html
