La Frequenza Giusta ¹

Anno non specificato. Città non specificata. 

La prima cosa che impara chi lavora al Layer Eight è che la verità non è un contenuto, èuna metrica, e questa distinzione, apparentemente sottile, è in realtà l’unica cosa che separa chi capisce davvero il sistema da chi si limita a subirlo.

Baud lo sapeva da quando aveva iniziato, tre anni prima, seduto nella Stanza 101 davanti a una parete di schermi che mostravano in tempo reale il flusso, chiamavano tutto il flusso, con quella semplicità quasi poetica con cui si dà un nome a qualcosa di troppo grande per essere descritto con precisione, come se il mondo fosse un liquido e loro stessero solo guardando scorrere il fiume dal bordo di un ponte, con le mani in tasca e un’espressione neutra. I numeri sulla destra erano i coefficienti di amplificazione, ovvero quanto un contenuto si moltiplicava nelle prime due ore dopo l’iniezione, mentre quelli sulla sinistra erano gli indici emotivi, calibrati su anni di dati comportamentali e affinati fino alla precisione di uno strumento chirurgico che nessun chirurgo avrebbe voluto ammettere di usare. Al centro c’era la mappa, non la mappa che pensi, non la mappa geografica. La mappa cognitiva, quella di un cluster di persone accomunate dalla sola cosa importante per il Layer Eight: le loro reazioni, aggregate da cosa le faceva fermare nel mezzo dello scroll, da cosa le faceva condividere prima ancora di aver finito di leggere.

Nessuno al Layer Eight chiamava quello che facevano disinformazione, perché era un termine non adatto e soprattutto era un termine che portava con sé un giudizio morale che nessuno lì dentro aveva tempo di ospitare. Era un termine impreciso, diceva Debord durante i briefing del lunedì mattina, nella saletta con le sedie di plastica grigia e il proiettore che aveva sempre un pixel morto nell’angolo in basso a destra, con quel tono paziente e leggermente stanco di chi ha già spiegato questa cosa troppe volte e continua a farlo solo perché il processo lo richiede. Noi gestiamo la salienza narrativa, e la salienza narrativa, per chi non avesse ancora capito, è la scienza di decidere cosa diventa importante, non falsificando la realtà, perché non c’è nessun bisogno di falsificare la realtà quando si può semplicemente decidere su quale parte di essa accendere i riflettori, dove posare l’accento, cosa lasciare in penombra. Noi decidiamo cosa si deve vedere, il contenuto è quasi irrilevante, ciò che conta è la frequenza giusta, la vibrazione che risuona esattamente nella cavità che ogni persona porta dentro di sé, quella che nessuno avrebbe saputo nominare ma che tutti riconoscevano quando veniva toccata con la pressione giusta nel momento giusto.

Fuori, in città, la gente viveva immersa nel flusso come si vive nell’aria, semplicemente senza accorgersene, respirandolo, non immaginando che esistesse un posto come la Stanza 101. Fuori c’era una città che non dormiva mai, ma nel senso giusto del termine: dormiva a turni, a strati, con i neon delle insegne in mandarino, inglese e arabo che tingevano di arancione e viola la pioggia perenne, quella pioggia fine e continua che nessuno ricordava quando aveva iniziato e che ormai era semplicemente parte del paesaggio, come i cavi che attraversavano i vicoli ad altezza di spalla e i carretti del cibo che mandavano nell’aria odori di grasso bruciato e spezie e plastica riscaldata. Le torri di vetro dei quartieri alti sparivano nella nebbia bassa a metà altezza, come se il cielo avesse deciso di non guardarle fino in fondo, mentre ai piani bassi la città pulsava di schermi ovunque — sulle facciate, sui caschi dei corrieri, sui tavolini dei bar aperti a qualsiasi ora — schermi che mostravano notizie e pubblicità e facce di politici e grafici di borsa e tutto il resto, il flusso, proiettato sul cemento bagnato di una metropoli che non aveva mai imparato a stare ferma. E in mezzo a tutto questo, la gente camminava con il telefono in mano e le cuffiette nelle orecchie, immersa in una versione della città che era già stata filtrata, curata, calibrata — non immaginando che esistesse un palazzo anonimo con le finestre oscurate e i corridoi che odoravano di caffè bruciato e aria condizionata, in cui qualcuno decideva ogni giorno cosa mettere nell’aria.


Baud ricordava ancora il primo contenuto che aveva calibrato da solo, con quella nitidezza disturbante con cui si ricordano le cose di cui non si è mai parlato con nessuno.

Era una storia vera, o quasi vera, o vera abbastanza da non essere smentita facilmente, un funzionario locale, un appalto, dei numeri che non tornavano, materiale grigio, del tipo che normalmente svaniva nel rumore di fondo dopo ventiquattr’ore senza lasciare traccia. Baud aveva modificato tre cose: il titolo, spostando il peso semantico verso la colpa; l’immagine di copertina, scegliendo quella che massimizzava la risposta viscerale secondo i parametri dell’indice emotivo; e il momento dell’iniezione, le 19:47, ovvero quando l’indice di stanchezza cognitiva era al picco e la capacità di verifica era al minimo, quel momento della sera in cui le persone controllano il telefono sul divano, dopo cena, con la guardia abbassata e la voglia di indignarsi per qualcosa che non le riguardi troppo da vicino. Il coefficiente di amplificazione era arrivato a 340 in circa novanta minuti, e Baud aveva guardato i numeri salire con la stessa sensazione neutra con cui si guarda l’acqua che bolle, registrando il dato, nient’altro.

Debord lo aveva chiamato nel suo ufficio, una stanza leggermente più grande delle altre con una finestra che dava su un cortile interno e una pianta sul davanzale che sembrava morire e non moriva mai. “Ottimo lavoro, Baud.” Poi aveva aggiunto, quasi come una nota a margine, con lo stesso tono con cui si ricorda a qualcuno di non dimenticare il badge all’uscita: “Non pensare mai al contenuto, Baud. A noi interessa solo la frequenza.”

Baud aveva annuito. Era più semplice così.


Il problema, e ci aveva messo quasi un anno ad ammettere che forse lo era davvero, non era mai stato la menzogna nel senso classico del termine, quella roba rozza e verificabile che il sistema rigettava con la stessa efficienza con cui un corpo sano rigetta un agente patogeno troppo aggressivo. Il sistema aveva imparato da solo, molto prima che Baud arrivasse con la sua laurea in scienze cognitive e la sua sigaretta sempre spenta tra le dita, che il materiale più potente era quello vero al sessanta percento: abbastanza reale da superare il filtro del dubbio, abbastanza distorto da produrre la reazione giusta, calibrata, riproducibile.

La reazione giusta era sempre la stessa, qualunque fosse il contenuto, indignazione, paura, quel senso acuto di appartenenza a qualcosa di assediato che stringeva il petto come una mano, perché non importava da quale parte venisse l’assedio, importava solo che ci fosse un noi e un loro, che il confine fosse netto e che attraversarlo sembrasse un tradimento piuttosto che una scelta. Il sistema premiava l’intensità con la stessa indifferenza con cui la gravità premia la massa: senza preferenze ideologiche, senza giudizi, senza memoria.

Fuori dalla Stanza 101, fuori dal palazzo anonimo del Layer Eight con le sue finestre sempre oscurate e i suoi corridoi che odoravano di caffè bruciato e aria condizionata, le persone si svegliavano ogni mattina e aprivano il telefono e il telefono restituiva loro il mondo, non il mondo, ma una versione del mondo calibrata sulla loro storia comportamentale, sui loro pattern di pausa, sui loro picchi di engagement, una versione che nel tempo era diventata sempre più simile a quello che già pensavano e sempre più distante da quello che avrebbero potuto pensare se avessero avuto accesso a frequenze diverse, e non se ne accorgevano perché la versione che vedevano sembrava reale, sembrava il mondo, perché era l’unico mondo che il telefono aveva imparato a mostrargli.

Baud lo sapeva. Lavorava su quella distanza ogni giorno, seduto nella penombra della Stanza 101 con la luce degli schermi che gli disegnava ombre sotto gli occhi, e raramente ci pensava in termini morali, era diventato bravo a non farlo, come si diventa bravi a leggere i log senza fermarsi sul fatto che ogni riga è qualcuno, una persona reale che ha aperto una pagina, cliccato qualcosa, cercato qualcosa che non avrebbe voluto cercare ad alta voce, come si diventa bravi a non sentire più il rumore delle ventole, dell’aria condizionata, del traffico lontano, tutti quei suoni che all’inizio sembravano assordanti e che a un certo punto smettono semplicemente di esistere.


Una sera, non ricordava quale, le sere al Layer Eight si assomigliavano tutte nella loro piatta luminosità artificiale, nei thermos di caffè che circolavano silenziosi tra le scrivanie, nel rumore bianco dei server che era diventato il sottofondo costante della sua vita, aveva aperto il proprio telefono personale e aveva guardato il flusso che gli restituiva l’algoritmo, cercando di vederlo da fuori, con la stessa distanza clinica con cui avrebbe analizzato i dati di un utente qualunque. La storia sul funzionario locale era lì, amplificata e commentata e trasformata in qualcosa di molto più grande di quello che era, e nei commenti la gente litigava con la ferocia tranquilla di chi è convinto di combattere qualcosa di importante, di chi ha finalmente trovato un posto dove la propria indignazione ha senso e misura e un nemico riconoscibile.

Aveva rimesso il telefono sul tavolo, poi lo aveva ripreso con il gesto meccanico di chi non riesce a smettere, poi lo aveva rimesso giù più lentamente, come se questa volta intendesse davvero farlo. Non aveva condiviso niente, non aveva commentato, non aveva fatto nulla che il sistema potesse interpretare come segnale, e questa assenza deliberata di reazione era stata la cosa più difficile che avesse fatto in tre anni al Layer Eight, non fare niente, stare fermo mentre il flusso scorreva intorno a lui come una corrente, non dare alla macchina il dato che si aspettava, resistere all’impulso di esistere nel modo in cui il sistema aveva imparato ad aspettarsi che esistesse.

Fuori, dove i neon rifrangevano sull’asfalto bagnato dalla pioggia, qualcuno stava guardando il telefono appoggiato a un muro, sotto una pensilina, qualcun altro stava condividendo qualcosa, che non aveva letto ma che lo aveva colpito, seduto su un autobus. Qualcun altro ancora stava litigando con uno sconosciuto su qualcosa che tre settimane prima non sapeva nemmeno che esistesse, e nessuno di loro sapeva che a poche centinaia di metri, in una stanza senza finestre che odorava di caffè bruciato, un uomo con una sigaretta spenta tra le dita stava cercando di capire se ci fosse ancora qualcosa dentro di sé che il sistema non aveva ancora imparato a leggere.

La frequenza giusta. Sempre la frequenza giusta.

Baud spense lo schermo e rimase seduto al buio per un tempo che non seppe misurare, ad ascoltare il silenzio tra un segnale e l’altro, e la domanda che gli rimase addosso, piccola, ostinata, inspiegabilmente sua, non era una domanda sul sistema, né sul lavoro, né su Debord e i suoi briefing del lunedì. Era una domanda su di lui, su cosa restasse di una persona quando il sistema aveva finito di mapparla, quando aveva trovato la sua cavità e imparato a toccarla con precisione millimetrica. Non lo sapeva. E il fatto di non saperlo, quella piccola zona d’ombra che l’algoritmo non aveva ancora colonizzato, era già una forma rara di libertà, forse l’ultima.


¹ Amplitudo (dal latino): l’ampiezza di un’oscillazione. In acustica, determina il volume. In psicologia comportamentale, determina quanto un’emozione modifica la soglia di risposta successiva. Nel flusso, è l’unica metrica che conta.


Per chi vuole capire il meccanismo

Questo testo è un frammento di fiction distopica ispirato a dinamiche reali e documentate: i meccanismi di ottimizzazione per engagement delle piattaforme social, gli studi sulla radicalizzazione algoritmica (MIT, Oxford Internet Institute, PNAS 2022), e i modelli operativi di disinformazione organizzata come quelli emersi dalle indagini sull’Internet Research Agency. 

Baud non esiste. Il Layer Eight non esiste. Il flusso esiste, e lo usiamo ogni giorno.

È importante comprendere un punto che spesso viene frainteso nel dibattito pubblico: non esiste evidenza che gli algoritmi di X, Facebook o altri social siano progettati per spingere gli utenti verso idee estremiste, di destra o di sinistra, in senso ideologico programmato. Quello che gli studi documentati mostrano è qualcosa di diverso e per certi versi più inquietante: i meccanismi di ranking basati sull’engagement tendono a favorire contenuti polarizzanti, e in alcuni contesti questi contenuti risultano più frequentemente associati a narrazioni radicali. La differenza è sostanziale, e vale la pena tenerla a mente.

Le piattaforme ottimizzano per tempo di permanenza, interazioni e intensità emotiva, non per orientamento politico, e il problema nasce proprio da questo: i contenuti che generano più engagement sono quasi sempre quelli polarizzanti, conflittuali, identitari, moralmente indignati. La retorica estremista, di qualunque segno, produce esattamente quel tipo di reazione intensa che l’algoritmo impara a premiare. Non è un disegno ideologico. È un effetto collaterale di un sistema di ottimizzazione che non ha mai avuto come obiettivo il benessere cognitivo di chi lo usa.

Studi accademici condotti da MIT, NYU, Stanford e Oxford Internet Institute convergono su un quadro coerente: gli algoritmi amplificano contenuti divisivi, la radicalizzazione avviene spesso attraverso raccomandazioni progressive, e il meccanismo è graduale per definizione. Si inizia con contenuti moderati, si passa a quelli più identitari, si arriva a quelli più radicali, non attraverso un salto improvviso ma attraverso una serie di piccoli aggiustamenti che nessuno percepisce come tali nel momento in cui avvengono. In alcuni paesi questa dinamica ha alimentato movimenti di destra, in altri ha coinvolto complottismi, estremismi antiistituzionali, derive di segno opposto. Non è un bias politico intrinseco. È un bias strutturale verso ciò che genera reazione forte, e la reazione forte assume forme diverse a seconda del contesto culturale in cui il sistema opera.

Il meccanismo tecnico sottostante è quello che nel settore si chiama radicalization pipeline, e capirlo richiede di guardare dentro i sistemi di raccomandazione che governano cosa vediamo e in quale ordine. Il modello base è il collaborative filtering: il sistema osserva cosa hanno consumato utenti con un profilo comportamentale simile al tuo e ti propone contenuti analoghi, sulla base dell’assunzione che ciò che ha trattenuto gli altri tratterrà anche te. Sopra questo strato c’è il reinforcement learning applicato al ranking: il sistema aggiusta continuamente i propri parametri in base ai segnali di feedback — quanto hai scrollato, dove ti sei fermato, se hai commentato, se hai condiviso, se sei tornato — ottimizzando in tempo reale verso la metrica che gli è stata assegnata, che è quasi sempre una variante del tempo di permanenza o dell’engagement totale. Il risultato è un sistema che non ha opinioni politiche ma ha una direzione molto precisa: verso i contenuti che producono la risposta emotiva più intensa, perché sono quelli che massimizzano i segnali di feedback. E poiché i contenuti che producono risposte emotive intense tendono a essere quelli più estremi, più semplificati, più antagonistici, il sistema impara progressivamente a proporne di più, spostando la soglia di ciò che l’utente considera normale verso il basso, un piccolo passo alla volta, senza che nessuno abbia mai scritto una riga di codice con un’intenzione ideologica.

Il caso di X dopo il 2022 è istruttivo non perché sia eccezionale, ma perché è diventato visibile. Con l’acquisizione da parte di Elon Musk e la successiva pubblicazione parziale del codice sorgente dell’algoritmo di raccomandazione, è emerso un quadro che ha confermato alcune ipotesi e ne ha smentite altre. L’algoritmo premia esplicitamente l’engagement, con un peso maggiore attribuito alle interazioni degli account verificati e a quelli con più follower, creando una dinamica di amplificazione che favorisce le voci già amplificate. Sono stati documentati aggiustamenti manuali del ranking che hanno aumentato in modo sproporzionato la visibilità di determinati contenuti, sollevando domande legittime su quanto i sistemi di raccomandazione possano essere modellati dalle preferenze di chi li controlla. Le analisi successive hanno rilevato un aumento della visibilità di contenuti politici radicali nella sezione “Per te”, non come effetto di una scelta ideologica dichiarata ma come risultato dell’ottimizzazione per engagement in un ecosistema in cui quei contenuti performano meglio di quelli moderati.

Il punto critico, quello che rimane dopo aver tolto tutto il rumore dalla conversazione pubblica su questo tema, non è la destra o la sinistra. È che questi sistemi premiano l’intensità, riducono la complessità, favoriscono narrazioni semplici e antagonistiche, e lo fanno per ragioni economiche, non ideologiche. Questo crea un ambiente in cui l’estremizzazione diventa strutturalmente vantaggiosa, in cui i contenuti più sfumati vengono sistematicamente penalizzati rispetto a quelli che producono una reazione immediata e forte. Non è manipolazione nel senso classico della propaganda programmata. È architettura cognitiva incentivante, amplificazione automatica, dinamica di feedback — e può produrre effetti politici sistemici profondi anche in completa assenza di qualsiasi intenzione politica diretta da parte di chi quei sistemi ha progettato.


Bibliografia

Sul funzionamento degli algoritmi e l’amplificazione dell’engagement

  • Huszár, F., et al. (2022). Algorithmic amplification of politics on Twitter. PNAS, 119(1). Lo studio più rigoroso sull’amplificazione algoritmica di contenuti politici su Twitter in sette paesi. I risultati mostrano un’amplificazione sistematica dei contenuti di destra nei feed algoritmici rispetto a quelli cronologici, con variazioni significative per paese e senza evidenza di intenzionalità politica.
  • Vosoughi, S., Roy, D., Aral, S. (2018). The spread of true and false news online. Science, 359(6380). Il paper MIT che ha dimostrato su un campione di 126.000 notizie che quelle false si diffondono sei volte più velocemente di quelle vere, principalmente per la loro novità e la risposta emotiva che generano.
  • Bail, C., et al. (2018). Exposure to opposing views on social media can increase political polarization. PNAS, 115(37). Contro-intuitivo e fondamentale: l’esposizione a contenuti dell’altro schieramento, invece di moderare, può aumentare la polarizzazione.

Sulla disinformazione organizzata

  • Senate Intelligence Committee (2019). Report on Russian Active Measures Campaigns and Interference in the 2016 U.S. Election, Vol. 2: Russia’s Use of Social Media. La fonte primaria più documentata sull’Internet Research Agency: struttura operativa, obiettivi, metodi di amplificazione e segmentazione dell’audience.
  • Bradshaw, S., Howard, P. (2019). The Global Disinformation Order: 2019 Global Inventory of Organised Social Media Manipulation. Oxford Internet Institute. Mappatura sistematica delle operazioni di disinformazione organizzata in 70 paesi.

Sul meccanismo dopaminico e l’architettura della persuasione

  • Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism. PublicAffairs. L’analisi più completa su come la profilazione comportamentale si trasforma in capacità di modifica del comportamento. Non è un libro sulla disinformazione: è un libro su chi possiede i dati che rendono la disinformazione precisa.
  • Harris, T. (2016). How Technology is Hijacking Your Mind. Medium / Center for Humane Technology. Il documento fondativo della critica al design persuasivo delle piattaforme, scritto da un ex design ethicist di Google.
  • Alter, A. (2017). Irresistible: The Rise of Addictive Technology and the Business of Keeping Us Hooked. Penguin Press. Sul design intenzionale della dipendenza nelle piattaforme digitali: variabile reward, notifiche, scroll infinito.

Sul framework concettuale

  • Wardle, C., Derakhshan, H. (2017). Information Disorder: Toward an Interdisciplinary Framework. Council of Europe. La distinzione più precisa tra misinformation (falso non intenzionale), disinformation (falso intenzionale) e malinformation (vero usato per fare danno). Indispensabile per non confondere i piani.
Francesco
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