Il Gruppo di Cui Non Puoi Fare Parte

Nel WE ho scritto ho scritto un pezzo lungo su "Signalgate" per le Cronache del Sottosopra. Ma invece di programmare la pubblicazione l'ho messo in bozza.

La storia la conoscete: il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti aggiunge per sbaglio il direttore di una rivista a una chat Signal con il Vicepresidente, il Segretario alla Difesa, il Direttore della CIA e altri dodici funzionari.

Nelle ore successive vengono condivisi orari di decollo, sequenze di lancio, obiettivi. Il giornalista legge tutto dal parcheggio di un supermercato.
E' una storia degli Stati Uniti di oggi, una storia su cosa succede quando la pressione di essere veloci vince sulla procedura.

Published on 2026-03-31 11:46

Ovvero: opsec allAmericana


Bisogna partire dall’inizio ovvero dall’11 marzo 2025. 

Michael Waltz è il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America, ruolo che richiede, tra le altre cose, di coordinare le azioni dei più alti funzionari dell’esecutivo in materia di difesa e intelligence. Waltz crea un gruppo su Signal. Lo chiama Houthi PC Small Group, dove PC sta per Principals Committee, ovvero le persone che contano davvero, quelle che quando parlano le cose succedono. Nel gruppo aggiunge il Vicepresidente JD Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, ex conduttore di Fox News, uomo che ha fatto della virilità comunicativa una professione e poi una carriera istituzionale, il Direttore della CIA John Ratcliffe, il Direttore dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard, il Segretario al Tesoro Scott Bessent, il Capo di Gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, Stephen Miller, l’inviato speciale Steve Witkoff, e altri. In totale diciotto persone. Diciotto tra le persone più informate e pericolose del pianeta, tutte riunite in una chat per coordinare Operation Rough Rider, nome che evoca il Theodore Roosevelt e i suoi Rough Ridersnella guerra ispanico-americana del 1898. Gli americani hanno sempre bisogno di un nome, e il nome deve fare rumore.

Lo scopo del gruppo è pianificare una serie di attacchi aerei contro i ribelli Houthi in Yemen, che da mesi attaccano le navi nel Mar Rosso e hanno deciso, dopo la ripresa dei bombardamenti su Gaza, di ricominciare a fare sul serio. L’operazione è imminente. Le informazioni che circolano nel gruppo sono sensibili, forse classificate, sicuramente non destinate al grande pubblico.

E poi c’è il diciannovesimo membro.

Jeffrey Goldberg è il direttore dell’Atlantic, una delle riviste più prestigiose degli Stati Uniti, fondata nel 1857 (n.d.s. per caso, mentre scrivevo ieri notte, ho scoperto che è lo stesso anno in cui Gustave Flaubert veniva processato per oscenità a causa di Madame Bovary. Coincidenze ?). Goldberg non lavora per il governo. Non ha nulla a che fare con lo Yemen, con gli Houthi, con i droni MQ-9 Reaper o con i missili Tomahawk cruise. Non è stato invitato. È stato aggiunto per errore.

La meccanica dell’errore è questa: Waltz aveva salvato il numero di telefono di Goldberg in rubrica sotto il nome di Brian Hughes, un collaboratore dello staff del Consiglio per la Sicurezza Nazionale (n.d.s. nessuno sa il perché … ) Quando ha cercato di aggiungere Hughes al gruppo, Signal ha trovato Goldberg. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale della prima potenza militare del mondo ha confuso un contatto in rubrica. Succede. A tutti. Quando stai cercando il ristorante giapponese e chiami per sbaglio tua suocera. Raramente, però, capita mentre si pianifica un’operazione militare con droni e cacciabombardieri. La successiva indagine forense dell’ufficio IT della Casa Bianca confermerà la dinamica: il numero sbagliato salvato sotto il nome giusto, il dito sul tasto sbagliato, la storia che cambia.

Goldberg riceve la richiesta di connessione su Signal l’11 marzo. La accetta, probabilmente pensando che sia uno di quei contatti istituzionali vaghi che a Washington entrano ed escono dalla rubrica come inquilini morosi. Il 13 marzo Waltz lo aggiunge al gruppo. Goldberg legge il nome del gruppo, Houthi PC Small Group, e capisce immediatamente di essere nel posto sbagliato. Non scrive niente. Non si presenta. Non manda nemmeno un emoji. Osserva, come un ornitologo che si trova per caso al centro di uno stormo rarissimo e ha la presenza di spirito di non fare movimenti bruschi, registrando tutto, aspettando di capire se è un sogno o una storia.

Il 15 marzo arriva Pete Hegseth.

Hegseth è un uomo che crede nella chiarezza. Non nelle sfumature, non nelle perifrasi diplomatiche, non nei canali ufficiali con le loro procedure e i loro moduli in triplice copia. Hegseth crede in quello che funziona, e quello che funziona, quel giorno, è Signal sul suo telefono personale. Alle 11:44 ora della costa est scrive nel gruppo: TIME NOW (1144et): Weather is FAVORABLE. Just CONFIRMED w/CENTCOM we are a GO for mission launch.

Poi aggiunge i dettagli: gli orari di decollo degli F-18, la sequenza di lancio dei droni MQ-9 Reaper, la finestra di attivazione dei missili Tomahawk, i tempi di impatto previsti. Il nome dell’obiettivo principale: their top missile guy. La conferma dell’identificazione positiva: l’obiettivo è avvistato mentre entrava nell’edificio della sua fidanzata. Infine l’aggiornamento finale: l’edificio è collassato. Hegseth scrive tutto questo su un’applicazione per smartphone, dal suo telefono personale, a diciotto persone di cui diciassette hanno i permessi giusti per leggere quelle informazioni.

La diciottesima è Jeffrey Goldberg, che in quel momento si trova nel parcheggio di un supermercato.

Goldberg legge. Non scrive. Poco dopo l’una del pomeriggio verifica sui social media che ci sono esplosioni a Sana’a. Le esplosioni ci sono. L’operazione è in corso. Nel gruppo i messaggi riprendono, questa volta in modalità celebrativa: l’account associato a Waltz scrive amazing job, quello associato a Rubio, identificato come “MAR”, scrive congrats to Pete and your team!!, quello associato a Witkoff risponde con cinque emoji: due mani in preghiera, un bicipite flesso, due bandiere americane. L’account di Waltz chiude con tre emoji: 🤜🇺🇸🔥

Goldberg osserva la cerimonia dall’interno. Poi si toglie silenziosamente dal gruppo. Signal, per design, notifica automaticamente tutti i partecipanti quando qualcuno esce. Nessuno del gruppo gli chiede chi fosse. Nessuno manda un messaggio privato, nessuno chiama, nessuno verifica. Forse pensano sia uno di quelli che escono sempre dai gruppi perché le notifiche li infastidiscono. Il 24 marzo Goldberg pubblica tutto sull’Atlantic.

Tutti guardano Francesco. Francesco sorride e dice: aspetta, non è finita…. perché nel corso delle conversazioni del gruppo, in quella stessa chat con il giornalista dentro, John Ratcliffe ha digitato il nome di un ufficiale della CIA attivo e sotto copertura. Non un alias, non un riferimento in codice, non una sigla: il nome. Di una persona reale. In una chat su un’applicazione per smartphone, con diciotto persone dentro, di cui una era un giornalista che prendeva appunti mentali in un parcheggio del Maryland.


Paolo smette di fissare il muro. Dice: aspetta. Il capo della CIA.

Sì, dice Francesco. Il capo della CIA.

Andrea smette di guardare il telefono.

Bisogna capire chi è John Ratcliffe per capire perché questa cosa è diversa dalle altre. Non è un burocrate dell’intelligence, non è un analista cresciuto nei sotterranei di Langley tra dossier e caffè freddo. È un ex procuratore federale, ex membro del Congresso, nominato da Trump alla guida della CIA all’inizio del 2025. È, per definizione del ruolo che ricopre, la persona che più di chiunque altra nell’intero governo americano dovrebbe sapere come si proteggono le identità delle persone che lavorano sotto copertura. La protezione delle identità degli agenti non è una formalità procedurale: è la differenza tra un agente che torna a casa e un agente che non torna più, tra una rete di intelligence intatta e una rete bruciata, tra anni di lavoro e una riga su un necrologio che non può spiegare niente.

Andrea guarda Francesco. Francesco guarda Paolo. Paolo guarda il muro. Il muro non dice niente, ma ha l’aria di uno che ha visto cose che voi umani …

Bene, quando l’Atlantic si appresta a pubblicare l’articolo, un portavoce della CIA contatta la redazione e chiede esplicitamente di non pubblicare quel nome. L’Atlanticacconsente e lo omette. Goldberg spiegherà in seguito che la CIA aveva anche chiesto di non rivelare il nome del capo di gabinetto di Ratcliffe, che era stato menzionato nel gruppo, e che la rivista aveva acconsentito a omettere anche quello, pur giudicando tutto il resto pubblicabile. Ecco, aggiunge Francesco, questo è l’unico momento dell’intera vicenda in cui qualcuno ha fatto la cosa giusta al momento giusto e, visto il contesto, ha un qualcosa di commovente.

Francesco dice: ma ti rendi conto? Il capo dell’intelligence che deve proteggere le identità degli agenti ha scritto il nome di un agente in una chat che aveva già esposto le coordinate di un’operazione militare in tempo reale. Non è negligenza. Non è distrazione. È una categoria nuova di evento che non ha ancora un nome.

Paolo dice: ha un nome. Si chiama fiducia mal riposta nel mezzo.

Andrea dice: si chiama non aver mai fatto un corso di opsec di base.

La risposta dell’amministrazione Trump, nelle ore successive alla pubblicazione, è un capolavoro di comunicazione istituzionale in stato confusionale, con tutta la coerenza di un gruppo di lavoro che ha scoperto di avere un problema e ha deciso che il problema è il giornalista.

Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, scrive su X che le informazioni condivise non erano piani di guerra e che l’intera storia è another hoax written by a Trump-hater. Pete Hegseth dice ai giornalisti che nobody was texting war planse che Goldberg è un deceitful and highly discredited so-called journalist who’s made a profession of peddling hoaxes. Waltz sostiene che nel gruppo non c’erano locations, sources & methods, NO WAR PLANS, con un uso delle maiuscole che tradisce una certa agitazione interiore. Il Direttore dell’Intelligence Nazionale Gabbard e il Direttore della CIA Ratcliffe testimoniano al Senato che non è stato condiviso materiale classificato. Lo stesso Ratcliffe, però, in quell’occasione ammette che pre-decisional strike deliberation should be conducted through classified channels. Il che è, tecnicamente, un’ammissione che quello che è successo non avrebbe dovuto succedere, formulata con la cautela di chi vuole dire una cosa senza sembrare di dirla.

Trump, interpellato sull’accaduto nell’atrio della Casa Bianca, dice: I don’t know anything about it. I’m not a big fan of The Atlantic.

Qualche giorno dopo, quando le cose si sono fatte più complicate e due fonti vicine al Pentagono hanno confermato a CNN che le informazioni erano classificate al momento della condivisione, un giornalista chiede a Trump: crede ancora che non ci fosse niente di classificato? Trump risponde: Well, that’s what I’ve heard. I don’t know. I’m not sure. You have to ask the various people involved.

È una risposta che nella storia della comunicazione politica americana trova pochi precedenti per onestà involontaria. Trump, nel tentativo di non dire niente di impegnativo, ha detto la cosa più vera dell’intera vicenda: non lo sa. Non lo sa nessuno, o meglio: tutti sanno, ma nessuno lo dice, e nel mezzo c’è un rapporto dell’ispettore generale del Pentagono che lo dice al posto loro.

Ecco, continua Francesco, a questo punto pensavo di aver compreso tutto quello che era successo ma continuando a leggere gli articoli scopri che c’è dell’altro e, l’altro, se possibile è sempre più incredibile del precedente ma … andiamo per punti così non scordo nulla:

  1. Hegseth aveva fatto installare nel suo ufficio al Pentagono una linea internet separata, quella che nel gergo IT militare americano si chiama dirty line, una connessione che aggira completamente i protocolli di sicurezza della rete del Dipartimento della Difesa, che non appare nei log come indirizzo IP del Pentagono, che rende di fatto anonimo l’utente rispetto ai sistemi di monitoraggio interni. La usava per Signal, sul computer personale, dalla sua scrivania al Pentagono. Traduzione: il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti aveva costruito, dentro l’edificio simbolo della difesa americana, una piccola bolla di anonimato digitale per mandare messaggi su un’applicazione per smartphone senza che la rete militare se ne accorgesse. È come installare una porta secondaria in un caveau per uscire a fumare senza timbrare il cartellino.
  2. C’era un secondo gruppo Signal. Hegseth aveva condiviso le stesse informazioni operative sull’attacco in Yemen, orari di lancio, tipi di armamenti, sequenza di impatto, in una chat separata che includeva sua moglie Jennifer, suo fratello Phil, che lavora al Pentagono, e il suo avvocato personale Tim Parlatore. Jennifer Hegseth non ha incarichi governativi, non ha nulla osta di sicurezza documentato per questo tipo di materiale, e non è immediatamente chiaro perché il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti abbia ritenuto necessario aggiornarla in tempo reale su un’operazione militare classificata mentre era in corso. Forse è una questione di fiducia coniugale. Forse è una questione di abitudine. In ogni caso è una questione che l’ispettore generale ha ritenuto di dover menzionare.
  3. A dicembre 2025, l’ispettore generale del Pentagono pubblica il rapporto. Conclusione: le informazioni condivise da Hegseth nel gruppo corrispondevano al materiale classificato SECRET/NOFORN trasmesso da USCENTCOM. Hegseth aveva violato le policy del Dipartimento della Difesa usando un dispositivo personale per trasmettere informazioni operative sensibili. Hegseth e il suo ufficio avevano violato la legge federale sulla conservazione dei documenti ufficiali non archiviando i messaggi. L’ufficio del Segretario fornisce all’ispettore una selezione limitata di messaggi e rifiuta un’intervista diretta. Il rapporto si basa in larga parte sugli screenshot pubblicati dall’Atlantic. In sintesi: Il documento ufficiale del governo americano che ricostruisce la violazione si basa principalmente sugli screenshot pubblicati dall’Atlantic. La stessa rivista che l’amministrazione aveva accusato di inventare storie, di fabbricare scandali, di essere uno strumento di disinformazione politica (fonte di hoax). È il tipo di ironia che si commenta da sola, ma vale la pena fermarsi un secondo a guardarla.
  4. Il gruppo con Goldberg non era un incidente isolato. Era uno di almeno venti. Waltz e il suo staff avevano creato venti group chat su Signal per coordinare il lavoro ufficiale su questioni di politica estera sensibile. Venti. Non una chat nata per urgenza, non un esperimento informale, non un’eccezione: un metodo. Una prassi. Un modo di lavorare che nessuno aveva fermato, perché funzionava, perché era comodo, perché la procedura ufficiale richiedeva più tempo. Il gruppo Houthi PC Small Group era semplicemente il ventesimo in cui è finito qualcuno di sbagliato.
  5. Il più cinematografico di tutti. Il 1° maggio 2025, Trump rimuove Waltz dal ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale. La motivazione ufficiale è Signalgate. La motivazione ufficiosa, secondo il Washington Post, è anche un’altra: nelle settimane precedenti Waltz aveva intrattenuto contatti intensi con il Primo Ministro israeliano Netanyahu, spingendo per colpire militarmente l’Iran in un momento in cui l’amministrazione stava invece negoziando con Teheran attraverso l’Oman. Trump, che non ama essere scavalcato, non ama essere messo davanti a fatti compiuti, e non ama soprattutto scoprirlo dai giornali, aveva già deciso. Signalgate era stata la scusa. L’Iran era stata la ragione.
  6. A novembre 2025, a una serata di premi targata Fox Nation, Hegseth vede Waltz tra il pubblico. Si avvicina al microfono, sorride, e dice: Mike, I’ll hit you up on Signal later.

Paolo chiede a Gigi un bicchiere d’acqua. Gigi glielo porta senza fare domande, perché trent’anni dietro un bancone a Roma insegnano a riconoscere il momento in cui qualcuno ha bisogno di acqua e non di altro.

Paolo beve. Nessuno dice niente.

Gigi passa a ritirare le tazzine. Chiede, come fa sempre, se va tutto bene. Francesco dice sì. Andrea dice sì. Paolo dice: dipende da come definisci bene.

Gigi annuisce con la saggezza di chi gestisce un bar a Roma da trent’anni e ha imparato che alcune domande non hanno risposta, solo variazioni sul tema. Poi dice: comunque, scusate, ho sentito che parlavate di gruppi e messaggi. Noi abbiamo un gruppo di quartiere. Si chiama Residenti Via Tasso – NO SPAM, che già il nome è un programma. Ieri qualcuno ha aggiunto per sbaglio il rappresentante del Municipio e ha letto tutto quello che diciamo sul cantiere sotto casa. Compreso il soprannome che abbiamo dato al capocantiere.

Francesco, Paolo e Andrea lo guardano.

Gigi aggiunge: qualcuno lo voleva chiamare er Bulldozer ma per rispetto a Bud lo chiamiamo er Catena, perché fa solo quello. Leva la catena all’ingresso la mattina e mette la catena alla sera.

Francesco dice: hai fatto girare il messaggio ai residenti?

Gigi dice: sì. Sul gruppo e adesso er Catena ha cambiato bar …

Paolo si alza. Lascia cinque euro sul bancone. Dice: andiamo a casa dai.


Signal è uno strumento, e come tutti gli strumenti funziona se usato correttamente: su dispositivi gestiti, con policy di retention definite, da persone formate su cosa si può e cosa non si può condividere su un canale non classificato, con liste contatti verificate. Per le comunicazioni classificate esistono sistemi dedicati, approvati, auditati, che richiedono hardware certificato e procedure di accesso che rendono molto difficile aggiungere per sbaglio il direttore di una rivista. Il punto di Signalgate non è che Signal è insicuro. Il punto è che nessuno strumento di comunicazione, per quanto crittografato, protegge dall’errore umano, dalla fiducia mal riposta, dalla rubrica non verificata, dalla decisione di usare il telefono personale perché la procedura ufficiale richiede dieci minuti in più. La sicurezza non è un’applicazione. È un comportamento. E i comportamenti, a differenza delle applicazioni, non si aggiornano automaticamente.

Francesco
Francesco
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