Hackers, Matrix e la tastiera doppia.

Sapevi che il film di fantascienza più irreale degli anni 2000 contiene la scena di hacking più accurata mai girata?
Ne parliamo nel nuovo articolo. Con birra, tablet e un barista che non capisce niente ma capisce tutto.

Hollywood sa qualcosa che noi non sappiamo

Cronache del Sottosopra


È di nuovo venerdì, e il venerdì da Gigi si ritrovano Francesco, Paolo e PiGreco. Non sempre, ma spesso. Di solito è uno dei tre che arriva per primo perché ha già un’idea in testa e aspetta solo che gli altri due si siedano e si rassegnino.

Questa volta è Rita. Aspetta con un sorriso stile Gioconda, quell’espressione indeterminata che non dice niente ma promette molto, e Paolo la conosce abbastanza da capire che la serata è già decisa. Rita apre Netflix sul tablet, seleziona i download, lancia il film e dice soltanto “Hackers”, con la soddisfazione di chi ha appena calato un asso.

Paolo sogghigna, posa il bicchiere, la guarda. “Rita, nel film il virus si chiama Da Vinci, vanno in rollerblading e l’interfaccia del sistema operativo sembra una città tridimensionale vista dall’alto.” Rita lo guarda con la pazienza di chi ha già avuto questa conversazione molte volte e sa esattamente come finisce. “Lo so, Paolo. Però dimentichi un’Angelina Jolie di ventun anni e che Zero Cool ha già violato millecinquecentosette sistemi in un solo giorno.” L’indeterminato della Gioconda lascia spazio a un sorriso pieno, e Paolo lo accusa sorridendo a sua volta.

Paolo sistema lo zaino, aggiusta la posizione della sedia e si accomoda. Hackers è uscito nel 1995 ed è tecnicamente un disastro, e tutti e tre lo sanno da sempre, e nessuno dei tre ha mai smesso di vederlo quando capita. Paolo guarda Rita, poi francesco e ripropone per la millesima volta la sua teoria al riguardo, quella che espone ogni volta con la pazienza di chi ha già vinto la discussione in partenza: “il problema non è che Hackers è sbagliato, il problema è che Hackers ha convinto una generazione intera che la sicurezza informatica fosse figa, e quella generazione è diventata il loro settore.”

Fammi capire, dice Rita, secondo te Softley bisognerebbe ringraziarlo o hackerarlo? Paolo scuote la testa. La sicurezza informatica è una battaglia persa, toppe su toppe a un’infrastruttura nata libera che tutti vogliono addomesticare, nel bene o nel male. Il mondo di sopra ha bisogno di speranza. Al mondo di sotto sta bene così, gli permette di lavorare tranquilli. A noi in mezzo ci fa dannare, ci fa ridere e a volte ci fa incazzare, forse troppe volte ma è questo che ci piace no ?

Francesco nel frattempo ha finito le patatine e guarda il tablet. Sta per dire una cosa che ha già deciso di dire ma vuole che sembri spontanea, e interviene sottovoce mentre Gigi passa con i piatti: “Il rollerblading era figo e pure il nickname Zero Cool a me piace”. Francesco guarda Gigi riflettendo che “Zero Cool” poteva essere benissimo il nome di un cocktail. Intanto Rita continua a trafficare con il tablet e fa partire la scena che tutti e tre conoscono a memoria: Zero Cool, alias Dade Murphy, si siede al terminale e improvvisamente il sistema operativo si apre come una città tridimensionale vista dall’alto: grattacieli di dati che scorrono sotto di lui mentre vola tra le directory come se stesse facendo snowboard su un’autostrada digitale. Le cartelle sono edifici. I file sono finestre illuminate. La musica techno sale.

“E’ bellissimo,” dice Rita.

“E’ assurdo,” dice Paolo.

“Le due cose non si escludono,” dice Francesco.

Paolo indica lo schermo. “Sai cosa c’è davvero dentro un filesystem? Una tabella di allocazione. Numeri. Puntatori. Roba che assomiglia a un registro contabile del 1987, non a Blade Runner.” Rita sorride. “Lo so. Ma Blade Runner era più figo del registro contabile del 1987.” Paolo non risponde. Ineccepibile.


E Swordfish? dice Paolo, con l’espressione di chi sta per assistere a qualcosa di doloroso. Rita trova il film, trova la scena. Hugh Jackman è seduto davanti a tre tastiere, le mani che saltano da una all’altra mentre John Travolta preme la pistola alla tempia e urla di scrivere un worm in sessanta secondi. Paolo si alza e va al bancone a ordinare un altro giro prima ancora che la scena finisca, senza dire niente, perché non c’è niente da dire. Rita guarda lo schermo con quella che Francesco descriverebbe come rassegnazione dignitosa. Tre tastiere per scrivere più veloce, come se il collo di bottiglia dell’hacking fosse la velocità di digitazione, come se raddoppiare le mani sul piano risolvesse qualcosa che non esiste.

Gigi passa con i bicchieri nuovi, vede le tre tastiere sullo schermo e dice “ah, come quelli che usano i DJ?” e torna dietro al bancone convinto di aver capito tutto. Forse aveva capito tutto.

C’è una scena in NCIS che Rita tiene sul telefono come si tiene la fotografia di un vecchio amico. Non è un episodio preciso, è una di quelle clip che circolano su YouTube da anni, ritagliata e remixata e commentata da chiunque abbia mai toccato una tastiera in modo professionale: due agenti speciali seduti davanti allo stesso computer, l’hacker avversario sta per entrare nel sistema, non c’è tempo, e cosa si inventano gli autori? Entrambi digitano sulla stessa tastiera contemporaneamente, perché digitare in due è più veloce che digitare in uno.

Rita lo aveva mostrato a Paolo la prima volta tre anni fa. Paolo non aveva riso subito. Aveva fatto quella faccia che Francesco conosce bene, quella che Paolo fa quando qualcosa supera la soglia oltre la quale non esiste più una risposta verbale adeguata, e poi aveva riso per due minuti e aveva chiesto di rimandarlo.

Questa sera Rita lo rimanda per la terza volta in sei mesi. La sequenza è sempre identica e tutti e tre lo sanno, il che non impedisce a nessuno di viverla come se fosse la prima volta. Schermo. Due secondi di silenzio. Paolo che crolla. Francesco che sorride piano, il tipo di sorriso che non arriva alla bocca ma si vede negli occhi. Rita soddisfatta come un regista alla prima, che sa già com’è finita ma vuole sentire l’applauso lo stesso.

Poi ricomincia il dibattito, che è sempre lo stesso dibattito e non si risolverà mai perché non deve risolversi.

“È il mio preferito,” dice Rita.

Paolo la guarda con l’espressione di chi sta per pronunciare una sentenza. “Rita, è un crimine contro la professione. È un crimine contro la logica. È un crimine contro la fisica dei dispositivi di input.”

“Sì, ma anche Hackers era un crimine.”

“Hackers era un crimine ma c’era un’Angelina Jolie di ventun anni e una colonna sonora decente. Non è la stessa categoria.”

Rita indica lo schermo, dove i due agenti continuano a digitare sulla stessa tastiera con la concentrazione di chi sta disinnescando una bomba. “Spiegami,” dice, con la voce di chi non vuole una spiegazione ma vuole vedere Paolo soffrire un poco. “Spiegami il vantaggio meccanico di avere quattro mani sullo stesso dispositivo di input sequenziale.”

“Non esiste. La tastiera riceve un carattere alla volta, e aggiungere una seconda persona non parallelizza niente, anzi introduce collisioni. È come pensare che due persone che parlano contemporaneamente nella stessa cornetta del telefono raddoppino la velocità di trasmissione. Anzi no, è come pretendere di fare un bambino in un mese utilizzando nove donne.”

“Già.” Rita sorride. “Però funziona.”

Paolo si ferma. “Cosa funziona?”

“Nel senso narrativo. La tensione sale. Si vede che è urgente. Il pubblico capisce che la situazione è grave.”

“Aaah,” dice Paolo, con il tono di chi ha appena inquadrato il problema. “È come quando riprendono uno che guida e muove il volante convulsamente a destra e sinistra a centoventi all’ora. I registi devono far capire le situazioni in qualche modo, lo concedo. Ma quattro mani su una tastiera… dai.”

Francesco sogghigna. Paolo alla fine dice: “No, non puoi usare ‘funziona’ in quel senso quando parli di tecnologia.”

“L’ho appena fatto.”

“Lo so. È un crimine.”

“Già,” dice Rita. “Ma è il mio preferito.”


Mr. Robot lo propone Paolo. Non come si propone un film, ma come si cita un libro che si ama da anni, con la voce di chi conosce già tutte le battute e vuole solo risentirle in compagnia. Dice soltanto “Mr. Robot” e non aggiunge altro, perché non è necessario. Rita raddrizza la schiena. Francesco poggia il bicchiere. È una reazione pavloviana, la stessa da quando la serie è uscita nel 2015 e loro l’hanno vista in tre giorni, separatamente, e poi ne hanno parlato per settimane come se avessero assistito allo stesso evento sportivo.

Sono fan. Del tipo serio, quello che non tollera chi dice “sì, l’ho sentita nominare” e cambia discorso.

Paolo porta lo zaino con sé anche la sera, anche al bar. È uno zaino nero, semplice, con la stessa forma squadrata e anonima di quello che porta Elliot Alderson in quasi ogni episodio della serie. Non è una coincidenza. Non è neanche qualcosa che Paolo ha mai ammesso esplicitamente: è semplicemente lo zaino che ha comprato tre mesi dopo aver finito la quarta stagione e non ha più cambiato. Rita lo sa. Francesco lo sa. Nessuno dei due ha mai detto niente. Alcune cose non si dicono, si rispettano e basta.


Partono dal Rubber Ducky, perché il Rubber Ducky è la scena che Paolo usa sempre come cartina di tornasole. Se spieghi il Rubber Ducky a qualcuno e quella persona non rimane in silenzio per almeno dieci secondi, non ha capito davvero.

Sul tablet, Elliot tiene in mano qualcosa che assomiglia a una chiavetta USB. Sembra esattamente una chiavetta USB, ha la forma, il colore, le dimensioni. La differenza è che non è un dispositivo di archiviazione. È una tastiera. Il computer non lo sa, il computer vede una tastiera collegata e si fida, si fida perché è progettato per farlo, perché nessuno quando hanno costruito il protocollo USB ha pensato che qualcuno avrebbe mai costruito una tastiera che sembrava qualcos’altro. In pochi secondi il dispositivo ha già eseguito una sequenza di comandi che un essere umano impiegherebbe minuti a digitare, tutto automatico, tutto invisibile, tutto legittimo dal punto di vista del sistema che ha semplicemente ricevuto input da una tastiera.

Rita chiede quanti firewall servano per fermarlo. “Zero,” dice Paolo. “Perché non passa dal firewall. Passa dalla porta USB sulla scrivania.” Anni di sicurezza perimetrale, azzerati da una chiavetta da venti euro inserita da qualcuno che pensava fosse un gadget promozionale trovato in un parcheggio. Gigi passa con le olive, sente le parole “chiavetta” e “parcheggio” e non chiede. Ha imparato che le domande portano risposte che non capisce e lo lasciano più confuso di prima.


La femtocell la propone Francesco, perché Francesco ha i suoi episodi preferiti come tutti. La femtocell è uno di quegli oggetti che esistono, che si comprano, che gli stessi operatori telefonici vendono ai clienti per migliorare la ricezione in casa o in ufficio: una mini stazione base cellulare, che fa esattamente quello che fanno le grandi torri sulle colline ma in piccolo, in appartamento, collegata alla presa di corrente. Nella serie Elliot ne installa una in un posto strategico, e tutti i telefoni nelle vicinanze si agganciano automaticamente, non lo scelgono, non chiedono il permesso, è così che funziona la rete: il telefono cerca il segnale più forte e si connette, non verifica chi gestisce quella connessione, non ha motivo di farlo, non è mai stato progettato per farlo. Chi controlla la femtocell vede il traffico. Tutto.

“La cosa bella,” dice Francesco, “è che non hai rotto niente. Hai usato l’infrastruttura esattamente come è stata progettata.” Rita ci pensa su e dice che quindi la vulnerabilità è nel progetto. Francesco conferma che la vulnerabilità è quasi sempre nel progetto, specialmente quando il progetto ha trent’anni. Paolo non aggiunge niente. Quando Paolo non aggiunge niente su una questione tecnica significa che la questione è stata chiusa nel modo giusto da qualcun altro, e lui approva.


Poi Paolo trova la scena del telefono. La conosce a memoria, tutti e tre la conoscono a memoria, ma la rivede ogni volta con la stessa attenzione del primo ascolto. È una di quelle scene che non invecchiano perché non hanno mai cercato di stupire. Hanno solo cercato di essere accurate.

Elliot deve tracciare una chiamata anonima. Non ha tempo, non ha infrastruttura, ha quello che riesce a comprare in fretta in un negozio qualsiasi: un computer pulito, mai usato, senza storia, senza impronte digitali, una chiavetta Wi-Fi e un tubetto di patatine Pringles vuoto. Il computer è nuovo perché tutto ciò che è vecchio ha una storia, un indirizzo, un log, una traccia in qualche server che nessuno guarda mai ma che esiste. Elliot lo sa. Compra nuovo, usa una volta, lascia perdere. Non è paranoia, è igiene operativa.

“Spiegami ancora il Pringles,” dice Rita. Lo chiede ogni volta, non perché non lo sappia, ma perché le piace sentirlo spiegare. Paolo si appoggia allo schienale. Un cilindro metallico della giusta dimensione funziona da guida d’onda, concentra il segnale Wi-Fi in una direzione sola invece di disperderlo in tutte le direzioni, permette di agganciare reti lontane che l’adattatore normale non vedrebbe nemmeno, senza usare la propria connessione, senza lasciare tracce. Elliot, che sa esattamente di cosa sono fatte le Pringles, le butta senza esitare. “Con le patatine dentro o senza?” chiede Rita. “Meglio senza,” dice Paolo. “Ovvio,” dice Rita.

Poi arriva la parte che Francesco aspetta sempre. Si ricorda bene la prima volta che vide la scena, come aspettasse famelico di capire in che modo Elliot avrebbe violato la compagnia telefonica, e come rimase sorpreso dalla semplicità della soluzione. Nessun exploit, nessun attacco al carrier. Ingegneria sociale di base. Tutte le compagnie telefoniche hanno una linea dedicata alle forze dell’ordine: non è un segreto, è la legge. Chiunque abbia un’urgenza investigativa può chiamare, identificarsi, chiedere di localizzare un telefono. Quindi Elliot impersona un agente NYPD. E manda un fax.

La riga arriva pulita, secca, densa come una pietra:

“No one in the world uses fax anymore except cops.”

Gigi passa con i bicchieri, sente la parola “fax”, si ferma un momento come se stesse recuperando un ricordo molto lontano, poi scuote la testa e va avanti. Elliot aspetta con il prepagato in mano. Qualche minuto, non di più. La localizzazione arriva.

Rita guarda Francesco, che ha ancora gli occhi sul tablet ma non sta guardando lo schermo, sta guardando un punto fisso appena sopra il bordo. “Anche tu,” dice Rita. Non è una domanda. “Anche io,” dice Francesco. “Lo fanno ancora oggi, più spesso di quello che si possa immaginare. Quando l’informazione che ti serve è secca, precisa, puntuale, il metodo più diretto è spesso il migliore. Non necessariamente il fax, ma il principio è quello: identificati, chiedi, aspetta.”

Paolo posa il bicchiere con una cura insolita, come se stesse mettendo giù qualcosa di fragile. La serie con i consulenti di sicurezza sul set, dice, quella dove i comandi nel terminale funzionano davvero, quella che ha mostrato Shellshock in prima serata prima che quasi nessuno ne parlasse, quella serie lì ha appena confermato che il fax è un’infrastruttura critica.

Il tablet rimane acceso. Elliot ha il numero. La missione continua. Nessuno dei tre preme play. Restano intorno al tavolo da Gigi con la serie in pausa e il fax sospeso nel mezzo della frase, tre persone che lavorano nella sicurezza informatica e hanno appena visto la televisione americana descrivere esattamente il loro martedì mattina.

Elliot Alderson, con il suo zaino nero e la sua morfina e il suo genio spietato e solitario, manda un fax.

Come tutti.

I Signori della Truffa lo propone Francesco sul tardi, quando Gigi ha già portato il conto una volta e poi si è dimenticato di ritirarlo. È il 1992, Robert Redford, una squadra di ex hacker assunti per testare sistemi di sicurezza, un dispositivo capace di violare qualsiasi cifratura, una storia che gira interamente intorno al social engineering, alla manipolazione, alla fiducia come vettore d’attacco. Niente interfacce impossibili, niente tastiere triple, niente virus con nomi di pittori rinascimentali. Solo persone che convincono altre persone a fare cose che non dovrebbero fare.

Francesco mette su la scena che preferisce. Robert Redford al telefono, voce calma, tono professionale. Sta chiamando la reception di un edificio che deve infiltrare. Non ha un exploit, non ha una backdoor. Ha un nome, un numero di interno preso da un organigramma pubblico, e la certezza che le persone vogliano essere gentili con chi sembra sapere quello che fa. Martin Bishop si finge un cliente importante bloccato in un hotel, usa una voce carica di finta frustrazione e fretta, mette pressione psicologica alla centralinista. Vuole parlare con Werner Brandes, subito, è urgente, il contratto è a rischio. Quando la centralinista esita, Bishop aumenta la pressione fino al punto esatto in cui la paura di creare un problema con i superiori supera il protocollo. La receptionist cede e instrada la chiamata.

In tre minuti ha quello che gli serve.

Rita guarda lo schermo in silenzio. Alla fine dice che questo non lo conosce nessuno. Francesco dice quasi nessuno. Rita dice che è il migliore della lista, e Paolo annuisce senza aggiungere altro, che è il suo modo di dire che la questione è chiusa.

“Trent’anni fa,” dice Francesco, “il social engineering funzionava così. Telefono, voce sicura, una bugia credibile.”

“E adesso?” dice Rita.

Francesco la guarda. “Adesso è uguale. Si rinforza con una email, si scala con i deepfake, ma il principio è identico. La vulnerabilità non è mai nel sistema. È nelle persone che ci lavorano.”

Gigi torna a ritirare il conto, questa volta sul serio, e chiede di cosa stessero parlando senza aspettarsi una risposta. “Di un film vecchio,” dice Rita. “Dove le persone si fidano degli sconosciuti.” Gigi annuisce. “Succede,” dice. E va alla cassa.

È tardi quando Francesco rimette su il tablet. “Aspettate.” Riavvolge. Fa ripartire Matrix dove c’è Trinity alle prese con un terminale, un terminale vero con comandi veri. Il film è il 2003, le persone volano, i proiettili si fermano in aria, un uomo conosce il kung fu perché qualcuno gliel’ha caricato nel cervello, e in mezzo a tutto questo la scena di hacking più onesta che Hollywood abbia mai prodotto. Nmap. SSH. Una vulnerabilità reale, documentata, sfruttata nel modo in cui veniva sfruttata davvero.

Rita si chiede come mai e non è retorica, lo chiede davvero. Francesco ci pensa. “Perché quando scrivi un film dove tutto è impossibile,” dice, “a volte ti concedi una cosa vera. Forse per vedere se qualcuno la nota, per dare credito all’impossibile” Paolo guarda lo schermo ancora un momento. Al cinema, nel 2003, dice, nessuno ha notato nmap. “Noi l’abbiamo notato” dice Francesco. “Noi non siamo nessuno,” dice Paolo.


Gigi spegne metà delle luci. È il segnale. Rita chiude Netflix, Paolo finisce la birra, Francesco lascia il tablet sul tavolo e cerca il giubbotto.

“Quindi,” dice Rita, “il film più realistico della lista è ambientato in un mondo dove la realtà non esiste. E il film meno realistico ci ha convinti tutti a fare questo lavoro.”

Nessuno risponde.

Gigi porta i soprabiti senza che nessuno li avesse chiesti. Venti anni di bar.

Fuori è stranamente rinfrescato. Il tablet è ancora sul tavolo, schermo spento, con Trinity ferma su un frame che nessuno ha visto. Rita lo prende e lo mette in borsa ma è Francesco che penserà a nmap, a Gigi, e al fatto che forse Hollywood sa qualcosa.

O forse no.

Probabilmente no.


Cronache del Sottosopra esce quando ha qualcosa da dire.

Francesco
Francesco
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